Il mare restituisce a Santa Marinella un approdo sommerso: è a pochi metri dal santuario di Minerva. Potrebbe essere la più antica struttura portuale al mondo direttamente collegata a un tempio etrusco
Santa Marinella – È lì da ventitré secoli, a novanta metri dalla riva, sotto un metro e mezzo d’acqua.
Ci hanno nuotato sopra generazioni di bagnanti senza sospettare nulla. Eppure quei blocchi squadrati allineati sul fondale, davanti alla costa di Santa Marinella, sono quanto resta di un porto etrusco: forse il più antico approdo finora riconosciuto come direttamente collegato a un tempio.
La scoperta riguarda il tratto di litorale compreso tra Punta della Vipera e Capo Linaro, circa ottocento metri a nord dell’insediamento romano di Castrum Novum. Ed è arrivata quasi per caso, o meglio: cercando altro.
Cercavano i romani, hanno trovato gli etruschi
Da anni il Centro Studi Marittimi del Gruppo Archeologico del Territorio Cerite conduce prospezioni subacquee lungo questo pezzo di costa. L’obiettivo erano le strutture marittime di età romana legate a Castrum Novum: le peschiere, le vasche ittiche, i moli. Materiale già noto, in un’area considerata da manuale.
Le indagini hanno invece riportato in superficie qualcosa di molto più antico e, per la storia dell’architettura portuale etrusca, molto più raro. Una grande struttura costruita in blocchi di pietra squadrati, organizzata attorno a un bacino protetto di circa tremila metri quadrati.
Due gli allineamenti individuati. Il secondo, parallelo alla costa, funzionava da molo longitudinale: due file di conci distanziate tra i cinque e i sei metri, con un riempimento interno di pietrame e ciottoli. Una tecnica costruttiva che richiama da vicino i frangiflutti fenici e greci, pensata per smorzare il moto ondoso e offrire alle imbarcazioni un ricovero stabile.
A centotrenta metri dalla dea
Il dato che rende la scoperta eccezionale, però, è un altro: la distanza. Appena centotrenta metri separano la struttura sommersa dal santuario etrusco di Punta della Vipera, fondato attorno al 530 avanti Cristo e dedicato a Menrva, la Minerva romana, divinità cui si attribuivano facoltà risanatrici e la protezione delle nascite.
Il porto è databile tra il IV e il III secolo avanti Cristo. Se l’interpretazione verrà confermata dagli scavi, saremmo di fronte alla più antica struttura di approdo mai riconosciuta come funzionalmente legata a un tempio etrusco: una banchina costruita per accogliere chi arrivava dal mare per raggiungere il luogo sacro.
Un dettaglio che cambia la prospettiva su questo tratto di costa. Non un santuario isolato affacciato sull’acqua, ma un santuario servito da un’infrastruttura, raggiungibile via mare, inserito in rotte e traffici.
Perché conta
Delle grandi opere marittime romane sappiamo moltissimo. Di quelle etrusche, pochissimo: le testimonianze di infrastrutture portuali di questa civiltà restano scarse, e ogni ritrovamento pesa. È la ragione per cui la notizia, uscita in queste ore, ha superato i confini locali e sta circolando sulla stampa specializzata internazionale.
Il merito della conservazione va, paradossalmente, al mare stesso. Da quell’epoca a oggi il livello delle acque si è alzato di oltre un metro, sommergendo progressivamente le strutture costiere e sottraendole al riuso, alle cave di pietra, alla trasformazione edilizia che ha cancellato tanti altri siti. Quello che sulla terraferma sarebbe stato smontato e riutilizzato, sott’acqua è rimasto.
Lo studio, intitolato Newly discovered ship-landing site serving the Etruscan coastal temple in Punta Della Vipera, Santa Marinella, Rome (Italy), è firmato da Mauro Giorgi, Simone Napoli, Teresa Rinaldi, Flavio Enei, Stefano Giorgi e Francesco Latino Chiocci, ed è stato pubblicato sul Journal of Cultural Heritage.
Adesso la parola passa agli scavi. E a un tratto di mare che, evidentemente, ha ancora qualcosa da raccontare.




