Nel pomeriggio del 3 settembre, al termine del giro delle sette chiese, uno sbandieratore si è inginocchiato davanti alla compagna. Anche lei sbandieratrice
Viterbo – Il 3 settembre a Viterbo ha una liturgia sua, scandita da orari che tutti conoscono a memoria. Nel pomeriggio i facchini chiudono il giro delle sette chiese e si ritirano nel Boschetto dei frati cappuccini, dove restano in raccoglimento fino all’ora del Trasporto. Gli sbandieratori, intanto, arrivano a San Sisto.
È lì, ieri pomeriggio, che uno di loro ha fatto una cosa che non era in programma. Si è rivolto alla fidanzata — sbandieratrice anche lei, cresciuta nello stesso gruppo, con la stessa divisa addosso — e le ha chiesto di sposarlo.
Rullo di tamburi. Poi le lacrime, di lei per prima, e di buona parte di chi era presente.
Lo scatto è di Nicoletta Vittori e fissa l’istante esatto della domanda: le bandiere ferme, i volti intorno, il ragazzo che aspetta la risposta.
C’è una coerenza in questa storia che sfugge a chi non è di Viterbo. Sbandierare non è un hobby che si pratica da soli: significa mesi di prove, gruppi che diventano seconde famiglie, un calendario che ruota attorno a un’unica data. Chiedere di sposarsi in quel giorno, con quella divisa, davanti a quelle persone, vuol dire scegliere il posto dove si è già passata la maggior parte del tempo insieme.
Qualche ora dopo la città si sarebbe spenta per il Trasporto, con i centomila davanti alla Macchina e il silenzio prima del «Sant’Rosa!». Ma la festa, per due di loro, era già cominciata nel pomeriggio.

