Il tributarista chiuso nella sua villa di Marina Velca mentre le Fiamme Gialle stanno pian piano sequestrando tutti i beni mobili ed immobili fittiziamente intestati a società di comodo
TARQUINIA – Finisce nel peggiore dei modi la parabola professionale di Daniele Moretti, il “miliardero” di Tarquinia che, secondo la procura di Roma, avrebbe costruito la sua vita da nababbo sui contributi mai versati ai dipendenti delle sue cooperative.
Manodopera impiegata su vasta scala nei settori della ristorazione, delle pulizie, del facchinaggio, della vigilanza privata e dei servizi alle imprese.
Da ieri il cinquantunenne è agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, disposti dal gip del tribunale di Roma Paola Petti su richiesta del pm Pasquale Mandolfino. L’operazione, condotta dal 6° nucleo operativo metropolitano della Guardia di Finanza, ha portato a perquisizioni tra le province di Roma, Latina e Viterbo e a un sequestro preventivo per oltre 14 milioni di euro nei confronti degli otto indagati.

Lo schema “apri e chiudi”
Il meccanismo contestato, attivo almeno dal 2018, ruotava attorno a quattro cooperative riunite nel Consorzio Connessione Vita, che per gli inquirenti erano soltanto uno schermo giuridico. Le coop assumevano sulla carta 2.478 lavoratori, che poi finivano a lavorare stabilmente nelle aziende clienti attraverso contratti di appalto o distacchi di personale ritenuti fittizi e privi dei requisiti di legge. I dipendenti prendevano ordini direttamente dalle aziende utilizzatrici, mentre le cooperative emettevano fatture per servizi che, secondo l’accusa, servivano solo a far scaricare i costi ai committenti.

Il trucco stava tutto lì: le aziende abbattevano il costo del personale e il carico fiscale, le coop non versavano allo Stato né imposte né Iva né contributi. Quando i debiti diventavano troppo pesanti, le cooperative venivano svuotate e lasciate affondare, mentre lavoratori e commesse traslocavano in una nuova società appena costituita, pronta a ripartire con lo stesso copione. A beneficiare del sistema, sarebbero state centinaia di aziende in tutta Italia: dall’edilizia ai ristoranti cinesi, fino ai colossi della logistica.
Un arresto e sette prestanome
Solo Moretti è finito ai domiciliari. Per gli altri sette indagati la procura ha proceduto a piede libero: dalle carte emergerebbe che si trattava di semplici prestanome, stipendiati dal tributarista per ricoprire ruoli molto esposti sul piano penale. Non a caso, tra loro c’è anche la persona che gli faceva da autista.

Il cuore di tutto, per gli investigatori, era lo studio di viale Parioli 73 a Roma, dove avevano sede non solo l’attività di Moretti ma anche il consorzio e le cooperative. Decine le società domiciliate negli studi di Viterbo, Roma e Milano, che il tributarista (e non commercialista, come in tanti hanno sempre creduto) curava con estrema attenzione e che oggi sono finite nel mirino degli inquirenti.

L’ufficio grafico dei Durc
Più che uno studio tributario, quello di Moretti somigliava a un ufficio grafico. Secondo l’accusa, lì venivano confezionati Durc falsi, i documenti che certificano la regolarità contributiva: la grafica ricalcava quella dei certificati ufficiali, ma i codici Inail erano quelli di aziende in regola e del tutto estranee alla vicenda. Così le cooperative continuavano a ottenere commesse e a incassare, senza aver mai versato un centesimo di contributi ai 2.478 dipendenti, che ora si ritrovano senza copertura previdenziale e senza Tfr.

Nel frattempo, dai conti delle coop partivano verso le società e i conti personali di Moretti bonifici per centinaia di migliaia di euro, con causali come “rimborso spese” o “restituzione finanziamento”, ma senza alcuna fattura o contratto a giustificarli.

Robin Hood al contrario
Se le accuse saranno confermate, Moretti sarebbe stato un Robin Hood al contrario: toglieva ai lavoratori per fare lui la vita da ricco. E quella vita non l’ha mai nascosta. Sul suo profilo Instagram, seguito da oltre 140mila follower, si mostrava come un influencer: consolle da dj, gite in yacht, Porto Rotondo, spiagge da sogno. Barche a vela, a motore e off-shore, auto di lusso, elicottero e aereo. A Porto Ercole era conosciutissimo, così come in tutti i luoghi dove i ricchi si danno appuntamento: da Zuma a Porto Cervo, fino al resort in Kenya, il Kinondo Poa Beach Resort di Diani Beach, dove spesso a essere ospiti erano proprio dei viterbesi.

Proprio il Kenya è uno dei motivi dell’arresto. Il gip ha ravvisato il rischio di inquinamento delle prove e un concreto pericolo di fuga: tra gennaio 2025 e marzo 2026 Moretti avrebbe volato più volte su Mombasa, e per la procura il resort africano potrebbe essere la cassaforte in cui far confluire i proventi della frode, lontano dalle mani del Fisco italiano.

Il precedente della Link Campus
Non è la prima volta che il suo nome compare in un’inchiesta. Moretti era già stato coinvolto nell’indagine sulle presunte frodi legate alla Link Campus University, dove gli veniva contestato l’utilizzo nel 2018, come legale rappresentante di due società, di fatture ritenute false per abbattere le imposte. Già nel 2022, dopo un primo sequestro, avrebbe ceduto cariche e quote delle sue aziende principali: un passaggio che per i magistrati era solo di facciata.
Roma – Scandalo Link Campus, nel giro della maxi frode il tarquiniese Daniele Moretti
Domiciliari con piscina
Nel capannone della zona industriale di Tarquinia non sono stati apposti sigilli, ma le auto di lusso, fino a poco tempo fa ben visibili, sono sparite.
Moretti è nato a Tarquinia, dove vive ancora oggi, e sconta i domiciliari nella sua lussuosa villa di Marina Velca. Non si annoierà di certo: piscina olimpionica, campi da tennis, piattaforma per l’elicottero e tanto prato inglese, che stavolta forse dovrà tagliarsi da solo. Niente più serate in discoteca a suon di champagne, niente sporting club Olympia Resort & Spa, niente passeggiate fino al suo negozietto pe ricchi “Golf & Sailing” in piazzetta. Ovviamente tutte strutture di sua proprietà.
Moretti e gli altri indagati, assistiti dai loro legali, potranno ora difendersi dalle accuse. Per tutti vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.


