Daniele Moretti
Un vero e proprio tsunami si sta per abbattere su tutte quelle imprese che hanno somministrato lavoro utilizzando le cooperative che facevano capo a “miliardero”
Tarquinia – Se appalti e distacchi erano fittizi, come sostiene il Gip, il vero datore di lavoro era chi impiegava il personale. Per le imprese clienti delle cooperative riconducibili al commercialista di Tarquinia si apre un fronte su tre lati: Fisco, Inps e lavoratori. Poi toccherà a loro rivalersi, in sede civile, su Moretti e sui prestanome.
Nel caso Moretti c’è un terzo protagonista, oltre alle cooperative e ai lavoratori: le aziende che quei lavoratori li hanno impiegati per anni. Ristoranti, attività commerciali, imprese di servizi, soprattutto romane, che pagavano fatture per «appalti» o «distacchi» e si trovavano il personale già pronto, a costi inferiori a quelli di mercato.
Tarquinia – Moretti, il conto lo pagano i lavoratori (per adesso)
Secondo l’ordinanza del Gip di Roma, quei contratti erano uno schermo per una somministrazione illecita di manodopera. Il giudice parla di un sistema che consentiva alle aziende clienti di operare «in una condizione di estremo vantaggio» rispetto a chi rispetta le regole. Ed è proprio questa ricostruzione a spostare il conto: se l’appalto non era genuino, il vero datore di lavoro era chi utilizzava il personale.
Moretti è indagato ed è presunto innocente fino a sentenza definitiva. Nessuna delle aziende utilizzatrici risulta, allo stato, indagata.
Il Fisco: Iva da restituire e ritenute da versare
Il primo a bussare può essere l’Agenzia delle Entrate. Non per gli stipendi, ma per le tasse. Se un appalto nasconde una fornitura di manodopera, le fatture pagate alle cooperative descrivono un’operazione che non c’è mai stata. La conseguenza, secondo la Cassazione, è che l’Iva pagata su quelle fatture non si può detrarre e i costi non si possono dedurre ai fini Ires e Irap.
Non solo. Con la sentenza 22233 del 2024 la Corte ha stabilito che l’impresa utilizzatrice, in quanto effettivo datore di lavoro, è tenuta a operare e versare le ritenute Irpef sugli stipendi.
Nel caso Moretti le ritenute trattenute ai lavoratori e mai girate allo Stato ammontano, solo nei capi d’imputazione, a quasi 4,9 milioni di euro.
Per gli appalti più consistenti c’è un obbligo in più. Dal 2020, per i contratti oltre i 200mila euro l’anno ad alta intensità di manodopera, il committente deve verificare che l’appaltatore abbia versato le ritenute (art. 17-bis del D.Lgs. 241/1997). Chi non lo fa rischia una sanzione pari alle ritenute non versate.
L’Inps: i contributi entro cinque anni
Il secondo fronte è quello previdenziale. La legge rende il committente responsabile in solido con l’appaltatore per i contributi non pagati (art. 29 del D.Lgs. 276/2003). Per i lavoratori quella garanzia vale due anni dalla fine dell’appalto. Per l’Inps, invece, la Cassazione (sentenza 18004 del 2019) ha chiarito che vale la prescrizione ordinaria di cinque anni.
In caso di somministrazione illecita, inoltre, l’ente può considerare l’utilizzatore come vero datore di lavoro e chiedergli direttamente i contributi omessi. Le cooperative del sistema, secondo la Guardia di Finanza, non pagavano gli oneri previdenziali: per la Promo Service, negli anni ispezionati, non risulta un solo F24 per la quota contributiva dei dipendenti.
I lavoratori: stipendi e Tfr
Il terzo fronte è quello dei dipendenti, che possono chiedere all’azienda dove lavoravano davvero quanto non hanno ricevuto: retribuzioni, quote di Tfr, contributi. Devono farlo entro due anni dalla fine dell’appalto. Chi è uscito dal rapporto da poco può anche chiedere al giudice di essere riconosciuto come dipendente dell’utilizzatore, impugnando entro 60 giorni.
Un precedente è già agli atti. Quando la Promo Service non pagò gli stipendi di fine 2022, una delle aziende clienti, la Crunch srl, saldò di tasca propria i netti ai lavoratori impiegati presso di lei. Per il Gip, la prova che quelle persone erano di fatto suoi dipendenti.
La rivalsa su Moretti e i prestanome
Chi paga al posto delle cooperative non perde il diritto di recuperare quanto versato. Lo stesso articolo 29 prevede l’azione di regresso del committente contro il coobbligato, cioè l’appaltatore. Il problema è che le cooperative sono quasi tutte liquidate, in liquidazione o estinte: 42 milioni di debiti con Erario ed enti previdenziali al 23 ottobre 2025.
Per questo le aziende dovranno rivolgersi, con cause civili separate, alle persone fisiche: Moretti, indicato dal Gip come il «dominus» del sistema, e gli amministratori formali delle cooperative, per responsabilità da fatto illecito o come amministratori di fatto. Una strada lunga, che si scontra con lo stesso ostacolo dei lavoratori: i beni già sotto sequestro sono vincolati alla confisca a favore dello Stato.
Resta poi un’incognita. Chi ha utilizzato manodopera in modo irregolare non è sempre una vittima: dal marzo 2024, con il decreto legge 19, la somministrazione e l’appalto illeciti sono tornati reato anche per l’utilizzatore. Quanto le aziende clienti sapessero del meccanismo sarà decisivo, sia davanti al Fisco sia davanti al giudice civile.
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