GRAND (FRANCIA) – Bottega, sala da gioco o luogo di culto? È la domanda che si pongono gli archeologi dopo aver portato alla luce, a Grand, più di mille dadi d’osso di epoca romana, tutti concentrati nello stesso punto.
Oggi Grand è un piccolo paese dei Vosgi, nel nord-est della Francia, con poche centinaia di abitanti. Duemila anni fa era invece un centro di primo piano: ospitava un santuario dedicato ad Apollo Grannus, grandi edifici pubblici e un anfiteatro capace di contenere migliaia di persone.

Gli scavi, ripresi nel 2022, hanno riaperto lo studio di una struttura già indagata negli anni Sessanta. Tra il 2023 e il 2024 è emerso un piccolo edificio di circa 4,5 metri per 3,8, affacciato su una strada e decorato con intonaco rosso su fondo giallo. Attorno, gli studiosi hanno recuperato numerosi oggetti di uso comune: monete di bronzo, cocci di ceramica, ossa animali, aghi, fibule e chiodi per calzature. Ma a colpire è stata soprattutto la quantità di dadi. Le prime stime parlavano di oltre cinquecento pezzi; i conteggi successivi hanno superato quota mille.
Molti di questi dadi non sembrerebbero fuori posto su un tavolo da gioco moderno. Sono ricavati dall’osso e segnati con piccoli cerchi concentrici, detti ocelli, incisi con attrezzi in metallo. In alcuni casi le incisioni sembrano essere state riempite con un impasto di cera e carbone. Anche la numerazione è quella attuale: la somma delle facce opposte dà sempre sette.
Di per sé, i dadi non sono una rarità nel mondo romano: se ne trovano in case, accampamenti militari, edifici pubblici e anfiteatri. A rendere eccezionale la scoperta è il numero, del tutto insolito per uno spazio così piccolo.

Le ipotesi sono tre. L’edificio potrebbe essere stato un laboratorio artigianale in cui i dadi venivano prodotti. Oppure un luogo di ritrovo dove si giocava e si scommetteva, attività molto diffuse tra i Romani, dal semplice pronostico sul lancio successivo a giochi più articolati come il Ludus Duodecim Scriptorum. Infine, non è esclusa una funzione religiosa: i dadi venivano usati anche nella divinazione e in pratiche legate al culto.
Nessuna di queste spiegazioni, per ora, è stata confermata. E il contesto aggiunge altri elementi da chiarire: circa venti metri più a nord sono stati individuati un sottile canale per l’acqua, alcune parti in ferro che probabilmente univano tubature in legno e un pozzo rettangolare che forse conteneva una vasca, anch’essa lignea.
Del resto, Grand non era un centro qualunque. Il suo anfiteatro, lungo circa 148 metri, poteva ospitare più di 17mila spettatori, e tra le rovine di un edificio tradizionalmente interpretato come basilica si conserva un mosaico di oltre 220 metri quadrati. Il santuario di Apollo Grannus richiamava inoltre fedeli e pellegrini in cerca di guarigione.
In una città dove spettacoli, religione e vita quotidiana si intrecciavano, quei dadi potrebbero raccontare molto più di una partita tra amici. Capire se fossero fabbricati, usati per giocare o impiegati nei riti sarà la chiave per sciogliere l’enigma. Fino ad allora, il tesoro di Grand resta un lancio ancora in sospeso.

