In Texas trentasei piccioni color smeraldo, un’intelligenza artificiale e un genoma ricostruito al 95% lavorano per riportare a Mauritius l’uccello simbolo dell’estinzione. Tra entusiasmo, miliardi di dollari e qualche sopracciglio alzato
Per quasi quattro secoli il dodo è stato la battuta finale di ogni discorso sull’estinzione. “Morto come un dodo”, dicono gli inglesi. Eppure a Dallas c’è chi scommette che la frase abbia i giorni contati.
Mercoledì 14 ottobre 2026 Colossal Biosciences, l’azienda texana che l’anno scorso ha presentato al mondo i suoi “metalupi“, ha annunciato GenoMorph: una piattaforma di intelligenza artificiale costruita apposta per capire che cosa, nel DNA, rendesse il dodo un dodo. Il primo bersaglio è il pezzo più riconoscibile dell’animale: quel becco enorme e uncinato che da secoli fa sorridere i visitatori dei musei.

“Il dodo è il simbolo più noto al mondo dell’estinzione causata dall’uomo“, ha detto alla Reuters Ben Lamm, amministratore delegato e cofondatore dell’azienda. Riportarlo indietro, nelle sue intenzioni, servirebbe a dimostrare che l’estinzione non deve per forza essere per sempre.
Non era stupido, era a casa sua
Prima di riaverlo, conviene chiedersi chi fosse davvero. L’immagine che abbiamo in testa, un pennuto obeso e ondeggiante, viene soprattutto da quadri e caricature del Seicento, spesso ispirati a esemplari ingrassati in cattività.
Le ossa raccontano un’altra storia. Il dodo (Raphus cucullatus, per la scienza di oggi) era un grosso piccione terricolo, alto circa un metro, più eretto e snello di quanto ci abbiano fatto credere. Aveva zampe robuste, tendini forti e un passo da corridore più che da buffone. Non a caso i marinai si lamentavano che prenderlo non fosse affatto facile.
Anche la fama di sciocco non regge. Gli studi sulla scatola cranica indicano un cervello proporzionato al corpo quanto quello dei piccioni, e un bulbo olfattivo grande, segno che l’olfatto contava molto nella ricerca del cibo. Era un animale adattato a un’isola senza predatori, dove scappare non serviva e volare nemmeno. Una strategia vincente, finché è durata: il dodo era sopravvissuto perfino alla grande siccità di circa 4.000 anni fa, che a Mauritius fece strage di animali.

Come si cancella una specie in meno di un secolo
Gli europei sbarcano stabilmente a Mauritius tra fine Cinquecento e inizio Seicento. Il dodo finisce in pentola, certo: la carne non era un granché, ma dopo mesi di gallette ammuffite i marinai non facevano gli schizzinosi. Il colpo decisivo, però, arriva da chi sbarca insieme a loro: ratti, maiali, scimmie, che saccheggiano i nidi a terra.
Il dodo deponeva un solo uovo, al massimo due, e non poteva permettersi di perderli. Nel giro di pochi decenni la popolazione crolla. L’ultimo avvistamento attendibile è del 1662; per gli studiosi la specie era sparita al più tardi intorno al 1690.
Nel frattempo il dodo aveva fatto il giro del mondo da curiosità esotica. Alcuni esemplari arrivarono alla corte dell’imperatore moghul Jahangir, uno fu esposto a Londra nel 1638, un altro sbarcò a Nagasaki nel 1647. Poi arrivarono gli insulti postumi: il nome Didus ineptus, “dodo inetto”, e il personaggio balbettante di Alice nel Paese delle Meraviglie, che lo consegnò per sempre alla caricatura.

La strada passa da un piccione verde
Il parente vivente più stretto del dodo è il piccione di Nicobar, un uccello del Sud-est asiatico dalle piume verde e rame che, a differenza del cugino estinto, vola benissimo. In Texas Colossal ne alleva ormai una colonia di 36 esemplari, cresciuta grazie alle coppie che si sono riprodotte in cattività.
Il piano è questo. Si prelevano le cellule germinali primordiali del piccione, quelle da cui nascono uova e spermatozoi, si riscrivono inserendo tratti da dodo e le si affida a un uccello “surrogato”, probabilmente un pollo geneticamente modificato.
Il primo tassello era arrivato nel settembre 2025, quando l’azienda era riuscita per la prima volta a mantenere in coltura queste cellule di piccione; ora dichiara di aver ottenuto cellule che si sviluppano in gameti e un sistema per portare gli strumenti di editing direttamente negli embrioni, dentro minuscole bolle di grasso.
Il problema è sapere che cosa modificare. Di dodo esiste un solo genoma completo, ricavato da un esemplare museale ben conservato, e senza altri individui da confrontare è difficile capire quali differenze contino davvero.
Qui entra GenoMorph, che Lamm descrive come una “mappa del tesoro” del genoma: incrociando forme del cranio, genetica comparata e sviluppo embrionale, ha individuato circa 2.300 interruttori genetici candidati legati a dimensioni e forma del becco. Nel frattempo il genoma del dodo è stato completato al 95%.
Sia chiaro: quello che nascerà, se nascerà, non sarà una copia esatta dell’uccello del Seicento. L’azienda stessa parla di un dodo “funzionale”: un piccione di Nicobar riscritto per somigliargli nei tratti che contano. La tabella di marcia indicata dall’azienda resta quella annunciata un anno fa, cinque-sette anni, cioè grosso modo entro i primi anni Trenta.

Tornare a casa, ma quale casa?
A Mauritius il dodo non è mai morto davvero: è sui francobolli, sulle monete, nello stemma nazionale, sulle magliette vendute ai turisti. Colossal collabora con la Mauritian Wildlife Foundation e ha creato un comitato consultivo di esperti locali per preparare il terreno. L’azienda precisa che nessun sito di rilascio sarà scelto prima di aver concluso gli studi ecologici e la consultazione delle comunità.
La casa del dodo, intanto, non è più quella di una volta. Oltre quattro secoli di colonizzazione hanno trasformato le foreste, e ratti, maiali e scimmie sono ancora lì. Vikash Tatayah, direttore della conservazione della fondazione mauriziana, ha spiegato alla BBC che un’opzione sarebbe partire dagli isolotti al largo della costa, già liberi da predatori.
È qui che il progetto può servire anche a chi è ancora vivo. Ripristino degli habitat, controllo dei predatori, alimentazione supplementare: sono competenze che valgono per il piccione rosa, di cui restano circa 500 esemplari, o per il piccolo occhialino oliva di Mauritius. Colossal e la fondazione lavorano già a un “salvataggio genetico” del piccione rosa, minacciato dalla scarsa varietà del suo DNA. E c’è chi spera che un grande mangiatore di frutti torni a disperdere i semi di alberi che oggi faticano a germogliare.
Scienza, spettacolo e miliardi
Non tutti applaudono. I “metalupi” del 2025 erano lupi grigi con una ventina di modifiche genetiche, e molti biologi contestano che si possa chiamarli lupi giganti. Lo stesso dubbio pesa sul dodo: un piccione ritoccato è un dodo? Il paleontologo Julian Hume, tra i massimi esperti dell’uccello, ha osservato che gli investimenti di Colossal potrebbero salvare molte specie sull’orlo dell’estinzione con la conservazione tradizionale. L’ecologo Stuart Pimm, della Duke University, è più netto: illudersi di poter rimettere insieme la natura dopo averla distrutta è un rischio, perché non è possibile.

C’è poi il calendario, che nella de-estinzione tende ad allungarsi. Il mammut lanoso, promesso inizialmente per il 2028, secondo l’azienda arriverà ormai negli anni Trenta. E ci sono i soldi: a luglio Colossal trattava un nuovo round a una valutazione tra 20 e 30 miliardi di dollari, il doppio o il triplo di un anno prima, mentre l’investitore Peter Diamandis ha appena lanciato un fondo dedicato alle aziende nate dalla sua tecnologia. Il dodo, ammette Lamm, non porterà guadagni diretti; il valore sta negli strumenti che si sviluppano per arrivarci.
Forse è questa la vera rivincita dell’uccello più deriso della storia. Per secoli è stato l’esempio di ciò che non si può riparare. Oggi, che torni o no a correre tra le rocce di Mauritius, è diventato il pretesto per chiedersi quanto siamo disposti a spendere per non doverne piangere altri.

