Del Prete Waste Recycling ha sospeso da ieri i conferimenti di plastica e multimateriale: «Corepla non ritira il materiale». Piazzali saturi, rischio incendi e cento posti di lavoro in bilico. Intanto il consorzio è in amministrazione giudiziaria
SERMONETA – Da oggi la plastica della raccolta differenziata di Roma e di buona parte della provincia di Latina rischia di non avere più una destinazione. Del Prete Waste Recycling, uno dei principali impianti di selezione del Lazio, ha comunicato la sospensione immediata, «fino a data da definirsi», dei conferimenti di imballaggi in plastica e multimateriale.
La comunicazione, datata 30 ottobre 2026 e protocollata dalla Regione Lazio, è indirizzata alla Direzione regionale Ciclo dei rifiuti, a Corepla, Conai, Coripet e Anci, alle Prefetture di Roma e Latina e a un lungo elenco di gestori e Comuni. Tra questi AMA e il Comune di Roma, ABC Latina e il Comune di Latina, e poi Cisterna, Rocca di Papa, Minturno, Sabaudia, Bassiano, Maenza, Priverno, Sermoneta, Pontinia, Cori e Sperlonga.
«Una scelta imposta, non nostra»
L’azienda attribuisce la responsabilità a Corepla, il consorzio nazionale che deve ritirare la plastica selezionata e avviarla al riciclo. Nella nota si parla di un «protratto e sistematico mancato ritiro» dei materiali già dichiarati disponibili. L’azienda ricorda di aver inviato segnalazioni e diffide a partire da dicembre 2025, poi altre comunicazioni il 4 giugno e il 10, 14, 15 e 24 ottobre 2026, chiedendo un piano operativo urgente. Corepla, scrive l’impianto, non ha dato «integrale e concreto seguito» alle diffide e non ha comunicato un calendario di ritiri.
Il risultato sono piazzali quasi del tutto saturi. Continuare ad accettare rifiuti, spiega l’azienda, significherebbe superare i quantitativi consentiti dall’autorizzazione e mettere a rischio la sicurezza dell’impianto, dei lavoratori e dell’ambiente. C’è poi un danno economico: la plastica lasciata a lungo all’aperto si degrada, perde valore e può essere contestata alle analisi. A rischio, secondo la lettera, è un comparto che dà lavoro a circa 100 dipendenti.
Il paradosso della filiera
È qui che il sistema della raccolta differenziata mostra la sua contraddizione. I cittadini separano la plastica, i Comuni la raccolgono e gli impianti la selezionano. Poi il meccanismo si inceppa nell’ultimo passaggio, quello che dovrebbe garantire il consorzio di filiera.
Corepla non è un ente pubblico. È un consorzio privato senza scopo di lucro, previsto dalla legge e finanziato dal contributo ambientale Conai, che i produttori di imballaggi versano e che alla fine ricade sul prezzo pagato dai consumatori.
Viene allora spontaneo chiedersi: quelle risorse non bastano a garantire che gli impianti vengano svuotati? Oppure dovranno essere gli impianti, a proprie spese, a liberarsi della plastica che nessuno ritira?
Nelle scorse settimane Corepla ha spiegato pubblicamente le ragioni della crisi, definendo «drammatico» il momento della filiera. Secondo il consorzio la plastica vergine costa sempre meno e rende poco conveniente quella riciclata. Alcuni impianti sono stati distrutti da incendi o sono fermi per lavori, e questo ha sottratto decine di migliaia di tonnellate al mese di capacità di selezione. Intanto la raccolta continua a crescere, intorno al 5% in più quest’anno. Corepla ha chiesto aiuto al ministero dell’Ambiente e aperto un tavolo di crisi, finora senza risultati soddisfacenti.
Un consorzio in amministrazione giudiziaria
Sullo sfondo c’è un fatto senza precedenti. A settembre il Tribunale di Milano ha sottoposto Corepla ad amministrazione giudiziaria per dodici mesi, applicando per la prima volta a un caso ambientale l’articolo 34 del Codice antimafia. Al consorzio i giudici contestano un’ipotesi di «agevolazione colposa» nei confronti di un’azienda consorziata coinvolta in una gestione illecita dei rifiuti: secondo la Procura, tra il 2023 e il 2025 centinaia di migliaia di tonnellate di plastica sarebbero state gestite in modo irregolare senza controlli adeguati da parte dei vertici.
L’anello debole
Nell’immediato, l’unica via concreta per liberare i piazzali sembra portare la plastica all’estero, con costi e un impatto ambientale che nessuno vuole mettere a bilancio. Il rischio è che a pagare sia ancora una volta l’anello più debole: gli impianti, che si ritrovano montagne di materiale invendibile, il pericolo di incendi e i controlli delle autorità. E subito dopo i Comuni e i cittadini, che potrebbero vedere i cassonetti della plastica riempirsi senza sapere dove svuotarli.
Sarebbe troppo bello se tutti si assumessero le proprie responsabilità: il ministero dell’Ambiente, Corepla, le Regioni, i Comuni. Nei prossimi giorni si capirà se le istituzioni interverranno sulle regole e sul funzionamento dei consorzi di filiera, o se a finire sui giornali, ancora una volta, saranno solo gli impianti.

