La criminologa sottolinea come le separazioni non ancora concluse siano un momento molto pericoloso
Femminicidio di Anguillara Sabazia. Ad analizzare i fatti che hanno preceduto e scatenato la terribile morte di Federica Torzullo per mano del marito, è la criminologa, Tonia Bardellino, docente di sociologia della devianza e della criminalità all’università La Sapienza e di criminologia al master dell’università Niccolò Cusano di Roma.
Un crimine che presenta una configurazione tipica dei reati di prossimità, ma con un elemento specifico di rilievo criminologico: la presenza di una separazione in corso tra la vittima e il marito, poi fermato per omicidio.
“Nella letteratura criminologica e vittimologica, la fase di separazione reale e/o simbolica è riconosciuta come uno dei momenti a più alto rischio nelle relazioni conflittuali, soprattutto quando non è ancora stabilizzata sul piano non solo giuridico e abitativo ma soprattutto emotivo del partner”.
Il nodo critico: la separazione “non ancora reale”
“Dal punto di vista criminologico, le separazioni più pericolose non sono quelle concluse, ma quelle intermedie: non ancora formalizzate; emotivamente ambigue; vissute come reversibili da una parte e definitive dall’altra. Una zona grigia spesso sottovalutata dalle vittime”.
La separazione non come causa, ma come fattore di attivazione
“È fondamentale chiarire un punto – prosegue Bardellino – : la separazione non è la causa del delitto, ma può funzionare da fattore di destabilizzazione in personalità che basano il proprio equilibrio sul controllo della relazione e sono incapaci di elaborare il No come dato definitivo.
Nel caso specifico, l’omicida ha vissuto la perdita del ruolo coniugale; la messa in discussione dell’assetto familiare e la conseguente percezione di perdita di controllo sull’altro.
Questi elementi, se presenti in modo cumulativo, possono attivare una risposta violenta non per l’abbandono in sé, ma per l’impossibilità di tollerare la ridefinizione del legame“.
Dinamiche, che in reati come i femminicidi, tendono a ripetersi, come le versioni contraddittorie fornite da Carlomagno e l’occultamento del corpo.
“Le narrazioni raccontate dal coniuge risultano, secondo gli inquirenti, instabili e incongruenti. In criminologia questo dato non è solo investigativo, ma anche psicologico: segnala spesso una frattura tra realtà, controllo e costruzione narrativa, mentre l’occultamento del cadavere non risponde a un impulso improvviso, ma a una fase successiva di razionalizzazione. Indica la presenza di: consapevolezza dell’atto; tentativo di gestione del tempo e delle conseguenze; mantenimento, anche dopo l’omicidio, di una logica di controllo, Inoltre, il ritrovamento in un’area legata alla ditta di famiglia richiama un elemento ricorrente nei delitti domestici: la chiusura del sistema, dove vita privata e vita lavorativa si sovrappongono e riducono le possibilità di interferenze esterne.
Il caso di Anguillara non mostra, allo stato attuale, elementi di esplosività improvvisa, ma piuttosto la traiettoria di un conflitto che attraversa la separazione senza riuscire a trasformarsi”. Conclude la criminologa.

