Le associazioni “Salute Ambiente Albano” e “Pavona per la Tutela della Salute” non mollano e continuano a combattere per un futuro migliore per il territorio e per i loro figli. Come al solito bisognerà attendere l’intervento della magistratura per riportare un po’ d’ordine nella direzione rifiuti della regione Lazio
ROMA – C’è un punto in cui la critica politica smette di essere polemica e diventa un dovere civico: quando la trasparenza amministrativa viene trattata come un fastidio, e non come un obbligo.
È esattamente il cuore della denuncia-querela depositata alla Procura della Repubblica di Roma da Associazione Salute Ambiente Albano e Associazione Pavona per la Tutela della Salute, che chiamano in causa – tra gli altri – la direttrice regionale Wanda D’Ercole, oggi al vertice della Direzione Ambiente, Transizione Energetica e Ciclo dei Rifiuti della Regione Lazio .
Il quadro che emerge dalle carte non è quello di un “banale disguido”: è un’accusa frontale, politicamente devastante, perché rimette al centro una parola che nel ciclo dei rifiuti laziale sembra essere diventata introvabile: trasparenza. E, insieme, richiama un precedente che nel Lazio dovrebbe bastare a far suonare tutte le sirene: la stagione di Flaminia Tosini, ex dirigente regionale finita agli arresti in un’inchiesta sui rifiuti e poi condannata in primo grado per corruzione.
Oggi, nella gestione D’Ercole, le associazioni denunciano dinamiche che – pur con atti e contesti diversi – riportano alla mente lo stesso problema di fondo: un potere amministrativo enorme, esercitato con logiche opache, su una materia ad altissimo rischio di compressione dell’interesse pubblico.
Il punto di rottura: l’accesso agli atti “negato” su un progetto che, secondo i querelanti, esiste
La querela racconta un episodio che, se confermato, non è “politica”: è materia da Procura. A gennaio 2026 un ex consigliere comunale, Marco Moresco, presenta un’istanza di accesso a documenti ambientali su un progetto CO.E.MA. (2007) e soprattutto su un “secondo progetto/variante/modifica” (2008–2011). La Regione risponde: quel progetto non risulta depositato, dunque è “inesistente”. La nota è firmata, tra gli altri, anche dalla direttrice Wanda D’Ercole .
1 Accesso atti moresco, risposto regione lazioLe associazioni però sostengono l’esatto contrario: quel progetto esiste, è una rielaborazione del 2009, loro lo possiedono e lo mettono a disposizione della Procura. A quel punto, dicono, le alternative sono due – entrambe pesanti: o il progetto era negli archivi ed è stato “negato/occultato”, oppure non è stato ricercato correttamente (o è stato “espunto” dalla filiera documentale). In entrambi i casi vengono ipotizzati reati come falso ideologico, omissione o rifiuto di atti d’ufficio, occultamento o soppressione di atti pubblici .
2. Delibera DGR 445 GIUGNO 2009_00445Non è un dettaglio tecnico: la querela spiega perché quel documento sarebbe “scomodo”. Secondo i querelanti, il progetto 2009 dimostrerebbe un vincolo idrico storico e la necessità di riprogettare (eliminando pozzi, modificando raffreddamento) in un’area che oggi torna centrale per nuovi impianti e nuove pressioni ambientali . In altre parole: se quel pezzo di storia documentale riaffiora, certe scelte del presente diventano più difficili da sostenere davanti ai cittadini e, soprattutto, davanti ai controlli.
Progetto coemaa bis 24 luglio 2009 NuovoTecnico-ridotti_compressedLa politica del “fatto compiuto”: flussi e impianti decisi prima del Piano
Ma la critica politica a Wanda D’Ercole non si ferma alla querela. Il punto – e qui la responsabilità è pienamente politica, prima ancora che amministrativa – è il modo in cui viene gestita la programmazione: decisioni cruciali sui flussi dei rifiuti e sulla rete impiantistica vengono percepite come calate dall’alto, tecnicamente elaborate e politicamente incontestabili, spesso senza un confronto pubblico all’altezza della posta in gioco. Quando c’è da decidere cambia d’abito ma somiglia sempre più ad una comparsa del Carnevale di Venezia.
Nel 2025, ad esempio, vengono aggiornate le regole sui flussi verso gli “impianti minimi” tramite deliberazioni regionali e atti applicativi che incidono direttamente su dove finiscono i rifiuti e su quali impianti reggono il peso del sistema. A fine dicembre 2025, inoltre, una determinazione regionale interviene sulla programmazione dei flussi minimi per il 2026: un tema che, per impatto su territori, impianti e cittadini, meriterebbe la massima trasparenza e una discussione pubblica chiara e tracciabile.
La questione non è solo “cosa” si decide, ma come: atti che definiscono quantità e destinazioni dei rifiuti diventano una materia per addetti ai lavori, mentre i cittadini scoprono le decisioni quando sono già operative. Ed è qui che si inseriscono le polemiche sulle “sanatorie” dei TM e sul ricorso a soluzioni tampone, spesso contestate da comitati e territori come scorciatoie amministrative invece che pianificazione strutturale.
Il precedente Tosini: quando l’opacità diventa sistema e poi esplode
Il paragone con l’era Tosini non è un artificio retorico: è un promemoria istituzionale. Tosini, dirigente regionale del ciclo rifiuti, è stata arrestata in un’inchiesta che ipotizzava reati corruttivi e risulta condannata in primo grado per corruzione.
Una condanna più dura della richiesta della Procura. 6 anni di carcere. Questa la pena decisa dai giudici del Tribunale di Roma per Flaminia Tosini e Valter Lozza. L’ex dirigente regionale a capo del settore Ambiente e Rifiuti che secondo i Pm di piazzale Clodio – anziché destinare le proprie conoscenze all’interesse pubblico aveva asservito completamente la sua funzione per favorire gli interessi dell’imprenditore. L’accusa pesante di corruzione. Regali di lusso, vacanze, benefit in cambio delle autorizzazioni per le discariche del Lazio. Un’ipotesi accolta dai giudici del primo grado. Il caso scoppiò quando Tosini e Lozza finirono agli arresti domiciliari nel 2021. La dirigente fu subito sospesa dalla Regione durante la scorsa legislatura. L’inchiesta ruotava intorno a tre vicende principali. Il progetto per una discarica a Roma, a Monte Carnevale, nella Valle Galeria, le procedure per l’ampliamento della discarica di Roccasecca in provincia di Frosinone, e la gestione della discarica di Civitavecchia. Nelle carte ci sono le intercettazioni con cui – secondo il gruppo pubblica amministrazione della procura – i due imputati mettevano a punto strategie per ottenere valutazioni favorevoli e aumentare i profitti a beneficio delle società riconducibili a Lozza.
In parallelo, sul fronte amministrativo, atti legati a procedure “atipiche” di sanatoria su impianti TM sono stati oggetto di pesanti censure in sede giudiziaria amministrativa, con racconti giornalistici che richiamano determinazioni firmate proprio in quel periodo.
Ora, nessuno può e deve sovrapporre automaticamente persone e responsabilità. Ma un fatto politico è incontestabile: quando un settore è già stato travolto da scandali e condanne, la trasparenza deve aumentare, non diminuire. Invece, la querela delle associazioni descrive un’amministrazione che, di fronte a un accesso agli atti ambientali, risponde con l’arma più pericolosa: “non esiste”. E quando, fuori dalle carte, il sistema continua a muoversi a colpi di determinazioni su flussi e impianti, il sospetto – politico, legittimo, inevitabile – è che il Lazio stia replicando lo stesso schema: governare l’emergenza permanente per consolidare una gestione senza controllo sociale reale.
Wanda D’Ercole, il nodo politico: potere tecnico senza accountability pubblica
La Regione Lazio stessa, nei propri atti, certifica l’investitura di D’Ercole alla direzione della struttura Ambiente e ciclo rifiuti a partire dal 1° luglio 2025. Una posizione che ha un peso enorme: non è un ufficio qualunque, è la cabina di regia che decide autorizzazioni, indirizzi, procedure, impostazioni e – soprattutto – l’architettura pratica del sistema.
E allora la domanda, politica prima che giudiziaria, è semplice: perché una dirigente che governa uno dei settori più sensibili del Lazio finisce al centro di una querela che ipotizza falsità e omissioni sugli atti? Perché il ciclo dei rifiuti continua a essere un territorio dove la trasparenza non è la prima preoccupazione, ma spesso l’ultima?
Le associazioni chiedono acquisizioni, sequestri documentali, verifiche informatiche sulla catena di custodia degli atti, audizioni dei firmatari e ricostruzione delle ricerche d’archivio che avrebbero portato alla “inesistenza” del progetto . Tradotto: chiedono che sia la magistratura a fare ciò che l’amministrazione, a loro dire, non ha voluto o saputo fare: ricostruire la verità documentale.
Se la trasparenza manca, l’attenzione della magistratura non è “un rischio”, è una conseguenza
Il punto non è criminalizzare. Il punto è che chi governa i rifiuti governa salute, territorio, acqua, aria, economia e appalti. E quando un dirigente pubblico – in un settore già storicamente vulnerabile – viene accusato di negare documenti esistenti e di muoversi con atti che incidono sui flussi senza chiarezza pubblica, la politica non può far finta di niente.
Wanda D’Ercole oggi è il simbolo di una gestione che molti cittadini e comitati percepiscono come chiusa, verticale, impermeabile al controllo pubblico. Se davvero il Lazio vuole lasciarsi alle spalle gli anni dei “metodi” che hanno portato ad arresti e condanne, deve partire da qui: accesso agli atti totale, tracciabilità delle decisioni, motivazioni verificabili, fine delle sanatorie travestite da programmazione, e un piano rifiuti costruito alla luce del sole.
Il resto – inevitabilmente – lo faranno procure e tribunali. Non perché qualcuno “ce l’ha” con una dirigente. Ma perché, in democrazia, quando la trasparenza viene compressa, la giustizia entra in scena. E non è mai un buon segno.
Cronologia essenziale del caso CO.E.MA.
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27 dicembre 2007
Deposito del progetto CO.E.MA. (Consorzio Ecologico Massimetta) per impianto industriale nell’area di Albano Laziale. -
16 giugno 2009
La Regione Lazio approva la DGR n. 445/2009, che introduce forti limitazioni e vincoli per nuove captazioni idriche nelle aree critiche tra Albano, Santa Palomba, Pomezia e Ardea. -
Settembre 2009
Rielaborazione del progetto CO.E.MA.: eliminazione dei pozzi, modifica del sistema di raffreddamento, previsione di una maxi vasca di accumulo. Secondo le associazioni, il progetto esiste ed è documentato. -
2020–2024
Proseguono autorizzazioni, sanatorie e soluzioni tampone sugli impianti di trattamento rifiuti nel Lazio, in un contesto già segnato da criticità ambientali e giudiziarie. -
Aprile 2025
Emergenza rifiuti e nuove scelte strategiche regionali sui flussi e sugli impianti. Il settore resta altamente centralizzato. -
1° luglio 2025
Wanda D’Ercole assume formalmente la direzione regionale Ambiente, Transizione Energetica e Ciclo dei Rifiuti. -
Fine 2025
Determinazioni regionali sui flussi “minimi” dei rifiuti e prosecuzione delle sanatorie dei TMB, contestate da comitati e associazioni. -
7 gennaio 2026
Presentata istanza di accesso agli atti ambientali sul progetto CO.E.MA. e sulle sue varianti. -
Gennaio 2026
La Regione Lazio risponde dichiarando “inesistente” il progetto 2009. La nota è firmata anche da D’Ercole. - 13 gennaio 2026
Le associazioni depositano denuncia-querela alla Procura di Roma, allegando il progetto che la Regione aveva negato.


