Mentre in TV scorrono le lame di “A Knight of the Seven Kingdoms”, a Viterbo riaffiora una storia che supera la fantasia di George R.R. Martin. Un delitto consumato non a Westeros, ma in Piazza del Gesù.
VITERBO – Se in questi giorni state seguendo le gesta di Ser Duncan l’Alto nella nuova serie dell’universo del Trono di Spade, sapete che il mondo dei cavalieri non è fatto solo di onore, ma di sangue, faide e vendette brutali. Eppure, non serve volare con la fantasia fino ad Approdo del Re per trovare storie di principi assassinati e sacrilegi. Basta camminare nel cuore di Viterbo.
C’è un silenzio particolare, quasi irreale, che avvolge oggi Piazza del Gesù. Chi si siede ai bordi della fontana, raramente immagina di trovarsi sul set di un crime drama medievale che farebbe impallidire gli sceneggiatori della HBO. Qui, su questo “salotto di pietra”, il 13 marzo 1271 si consumò un delitto così efferato da costringere Dante Alighieri a sporcarsi le mani d’inchiostro per condannarne l’autore all’Inferno. Dimenticate i draghi: a Viterbo l’orrore aveva il volto umano e spietato di Guido di Montfort.

Viterbo, l’ombelico del mondo
Per comprendere la portata dell’evento, dobbiamo dimenticare la quiete attuale e ascoltare gli echi del passato. Nel 1271 Viterbo è una polveriera. La città ospita da mesi il Sacro Collegio per il Conclave più lungo della storia. Tra le mura viterbesi camminano Re Filippo III di Francia, Carlo I d’Angiò Re di Sicilia, principi e cardinali. Viterbo è, di fatto, la capitale diplomatica d’Europa.
In questo scacchiere affollato si muove Enrico di Cornovaglia, nipote del Re d’Inghilterra Enrico III, giunto in città al seguito del cugino Edoardo. Ma a Viterbo c’è anche la sua nemesi: Guido di Montfort, vicario in Toscana per gli Angiò. Tra i due c’è una faida familiare aperta: il padre di Guido, Simon de Montfort, era stato ucciso e il suo corpo mutilato e trascinato nel fango dalle truppe realiste inglesi nella battaglia di Evesham. Guido attende solo il momento per pareggiare i conti.

“Traditore Enrico, non ci sfuggirai”
La mattina del 13 marzo, Enrico di Cornovaglia assiste alla messa nella chiesa di San Silvestro (oggi Chiesa del Gesù). È il momento dell’elevazione. Improvvisamente, il boato. Guido di Montfort, accompagnato dal fratello Simone e da una schiera di armati, irrompe nel tempio. Le cronache storiche, riprese puntualmente dallo storico Andrea Scriattoli nella sua opera monumentale su Viterbo, riportano il grido agghiacciante che ruppe il silenzio sacro: «Traditore Enrico, non ci sfuggirai!».
Non è un duello, è una mattanza. Enrico, disarmato, cerca rifugio presso l’altare, aggrappandosi alla tovaglia sacra e implorando pietà. Non ne riceve. I pugnali dei Montfort colpiscono alla cieca: cadono trafitti anche due chierici innocenti che avevano tentato disperatamente di fare scudo al principe col proprio corpo.
Ma è l’epilogo a tingere la storia di quell’orrore “fisico” che rende il Medioevo un’epoca brutale. Guido, compiuto il delitto, si sta allontanando. Un cavaliere del suo seguito gli mormora: «Eppure tuo padre fu trascinato…». Il ricordo dello scempio subito dal genitore riaccende la furia. Guido rientra in chiesa, afferra il cadavere di Enrico per i capelli e lo trascina fuori, sul sagrato, nella polvere di quella piazza dove oggi i turisti passeggiano ignari.

Dante e la reliquia del cuore
L’Europa gridò allo scandalo. Guido di Montfort riuscì a fuggire in Maremma, protetto dal suocero, il “Conte Rosso” degli Aldobrandeschi. Ma se la giustizia umana fu lenta, quella letteraria fu eterna. Dante Alighieri, nell’Inferno (Canto XII), colloca Guido tra i violenti, immerso nel sangue bollente. Il Poeta scrive: «Colui fesse in grembo a Dio / lo cuor che ‘n su Tamisi ancor si cola».
Perché “sul Tamigi”? Come ricorda lo Scriattoli, il corpo di Enrico subì un trattamento pietoso ma macabro: le carni, separate dalle ossa, furono sepolte inizialmente nel Duomo di Viterbo. Le ossa furono inviate in Inghilterra. Ma il cuore… il cuore fu posto in un’urna d’oro e portato a Londra, dove secondo la leggenda continuò a gocciolare sangue (“ancor si cola”), invocando vendetta.

La piazza oggi: un brindisi sulla Storia
A quasi ottocento anni di distanza, la scena del crimine ha cambiato volto, ma non anima. Soprattutto con l’arrivo della primavera e dell’estate, Piazza del Gesù si spoglia della sua gravità storica per diventare uno degli angoli più vibranti della città. Dove un tempo risuonavano le urla di guerra dei Montfort e lo sferragliare delle spade, oggi si sente il tintinnio dei calici del Tredici Gradi Slow Bar o il chiacchiericcio vivace dei clienti del Bar delle Meraviglie e del ristorante Il Labirinto.
È un contrasto affascinante, quasi vertiginoso. Turisti e viterbesi riempiono i tavolini all’aperto, ridono, scherzano e si godono la dolce vita della Tuscia esattamente lì, su quelle stesse pietre che videro scorrere il sangue reale inglese. La piazza brulica di vita, ignara e felice, e forse è questa la vera rivincita di Viterbo: trasformare un teatro di morte in un salotto di pura bellezza conviviale.

Un patrimonio da riscoprire
Oggi, la Chiesa del Gesù conserva ancora le tracce di quel tempo. Alzando lo sguardo sulla facciata, si può notare una piccola Aquila Ghibellina scolpita e lo stemma dei Tignosi, muti testimoni di un’epoca in cui le fazioni dividevano la città. E svetta ancora lì vicino la possente Torre di Borgognone, che vide passare sotto la sua ombra assassini e re.
Viterbo si prepara a nuove sfide turistiche, ma possiede già un titolo che nessuno può toglierle: quello di custode di un Medioevo vivo. Fermarsi in Piazza del Gesù per un aperitivo al tramonto e socchiudere gli occhi immaginando il clangore delle armi, non è solo suggestione. È toccare con mano la Storia d’Europa, che qui ha lasciato una delle sue cicatrici più profonde.
Le informazioni storiche e le citazioni virgolettate sono tratte dall’opera “Viterbo nei suoi monumenti” di Andrea Scriattoli



