ABBIAMO IMBOCCATO LA VIA DEL NON RITORNO

Si parla tanto e a ragione del riscaldamento globale del pianeta e dei conseguenti cambiamenti climatici perché fanno temere l’inizio di una catastrofe climatica planetaria che potrebbe mettere a repentaglio il futuro dell’umanità. Invece si parla poco o per niente del rischio nucleare che, come si potrà leggere nel proseguo di questo breve servizio, è già reale.  

In questi giorni si commemora il disastro di Chernobyl, avvenuto nell’aprile del 1986, dove alcune reti televisive hanno mandato in onda interessanti dossier. Il servizio migliore su Chernobyl è stato quello della RAI (“La storia siamo noi”) in cui è stata presentata, senza remore, tutta la verità sul drammatico evento che fino ad oggi, per cause dirette e indirette, ha causato oltre 100.000 vittime sia in Ucraina che in tutto il resto dell’Europa. In effetti gli isotopi della morte hanno contaminato un territorio di 150mila chilometri quadrati fra Ucraina, Russia e Bielorussia su cui vivevano più di 17 milioni di abitanti. Il livello radioattivo in queste zone è ad oggi ancora altissimo e chi si reca per ispezioni o visite scientifiche non può restarvi più di un’ora a meno di indossare particolari tutte antiradiazioni. Animali e piante che si trovano nell’area inquinata hanno mostrato di sviluppare molte anomalie, gli animali che sono morti vicino alla centrale atomica non si sono neppure più decomposti e questo perché le radiazioni nucleari hanno ucciso anche batteri e funghi, trasformando Kmq in aree completamente sterili. Un territorio avvelenato che tale resterà per qualche secolo dove l’uomo non potrà più viverci, come se un territorio vasto come Libano, Israele e parte della Giordania fosse interdetto perennemente alla vita.

Fino a qui qualcuno potrebbe rispondere che infondo è un fatto episodico, circoscritto, anche se di grandi proporzioni, ma un fatto a sé e, quindi, rappresenta il prezzo che dobbiamo “comunque” pagare per lo sviluppo tecnologico della civiltà umana. Ma a questo qualcuno risponderei intanto ricordando che non c’è stato solo Chernobyl, prima si era verificato l’incidente di Three Milde Island e più recentemente il disastro giapponese di Fukushima e, pare anche un altro paio di incidenti gravi in Cina, ovviamente tenuti nascosti.         Oltre a ciò vorrei ricordargli che tutti i Paesi che hanno centrali nucleari devono risolvere problemi giganteschi di sicurezza perché non sanno più come sbarazzarsi delle scorie radioattive, molte delle quali tra gli anni ‘60 e inizio ’80 sono finite infondo agli oceani. E qui nasce il vero problema! Americani e francesi da qualche anno stanno cercando di recuperare i fusti contenenti scorie radioattive gettati incoscientemente anni fa negli oceani e questo perché i contenitori che racchiudono “la morte atomica” cominciano a rompersi.

Tanto per citare un esempio sulla drammaticità del caso, ricordo il rapporto di ANDRA, l’agenzia di Parigi che gestisce questo tipo di rifiuti, che alcuni anni fa ha pubblicato un rapporto relativo al fatto che la Francia ha depositato alla fine degli anni Sessanta più di 14mila tonnellate di scorie radioattive sui fondali atlantici. In seguito la Francia ha fatto sempre meno ricorso a quel tipo di soluzione, fino ad arrestarla del tutto nel 1983. Ma fino a quel momento quantitativi considerevoli di scorie sono finiti a oltre 4mila metri di profondità dentro fusti d’acciaio.

Altrettanto hanno fatto quasi tutte le nazioni con centrali nucleari in attivo. Se per un malaugurato caso tutti questi contenitori di scorie radioattive si rompessero e lascassero uscire il veleno atomico, la vita dei mari in poco tempo scomparirebbe. E allora cosa lasciamo alle popolazioni future? Un pianeta minato, pronto ad esplodere e distruggere ogni forma di vita…bella prospettiva per i nostri discendenti che un giorno ci malediranno per aver negato loro il futuro.

Le centrali attive sul nostro pianeta ad oggi sono 435 e in fase di costruzione altre 65 per un totale di 500 potenziali mine che potrebbero cancellare la vita su questo pianeta e, attenzione, stiamo parlando dell’atomo cosiddetto “amico”, se dovessimo parlare dell’atomo bellico allora potremmo dire che abbiamo già ipotecato il futuro di questo pianeta perché se malauguratamente dovesse scoppiare una nuova guerra mondiale, allora sarebbe veramente la fine.                                                                           

E allora cosa propone Accademia Kronos? Per prima cosa, anche se capisco che è un pensiero troppo utopistico, mettere al bando e disattivare tutti gli ordigni bellici atomici del pianeta, poi chiudere tutte le centrali nucleari presenti sul globo. Oggi la scienza e la tecnologia hanno dimostrato che l’energia si può ricavare non solo dal Sole, dall’acqua e dal vento, ma dal movimento del mare, dalla differenza di potenziale elettrico tra il suolo e l’atmosfera, dall’energia cosmica che ci bombarda ogni giorno (neutrini), dalla stessa forza di gravità, ecc. Finalmente, grazie a menti eccelse iniziando da Tesla e finendo a Rubbia, sono state trovate strade nuove e non più drammaticamente pericolose, come il nucleare, per soddisfare le esigenze di energia da parte delle nazioni. Allora, cosa si aspetta a mettere in sicurezza il nostro pianeta? E’ indubbio che va radicalmente modificata la mentalità nostra e dei politici che fino ad oggi ha indirizzato le scelte energetiche sul nucleare e sull’utilizzo dei combustibili fossili; mentalità condizionata dalle tante lobby finanziarie, industriali, belliche, ecc. che di fatto gestiscono il nostro futuro, vedi, in piccolo, l’ultima questione sulle trivellazioni dei nostri mari per succhiare qualche sporca goccia di petrolio.

E’ necessaria quindi una grande rivoluzione culturale e spirituale per salvare l’umanità. Se continuiamo a delegare agli altri (lobby) il nostro futuro, allora è finita! Noi di Accademia Kronos, nel nostro piccolo, intanto facciamo la nostra parte, se poi ogni abitante del pianeta facesse la propria parte in nome del futuro dei nostri figli e nipoti, allora il MONDO FORSE POTREBBE SALVARSI!

di Filippo Mariani

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