Mentre si discute del restauro in corso al Liceo “Buratti”, uno sguardo a quanto realmente cambiò il volto della città tra il 1925 e il 1941. Ferrovia, aeroporto, terme, edifici, case popolari… potranno cancellare la scritta ma certo non la storia narrata e visibile grazie a Maurizio Pinna e Mauro Galeotti
VITERBO – Il caldo di questi giorni, si sarebbe tentati di dire, non spiega tutto. Ma di certo ha acceso gli animi attorno a una vicenda che, più che una notizia, sembra essere diventata un pretesto: la scritta legata all’Opera Balilla ancora visibile sull’edificio che oggi ospita il Liceo Classico “Mariano Buratti”, intitolato al partigiano viterbese, finito al centro di un caso sollevato in coincidenza con i lavori di restauro in corso sulla struttura.
Nei giorni scorsi si sono susseguiti interventi di segno opposto, fino all’annuncio di un sit-in di protesta contro il restauro, letto da alcuni come un tentativo di “cancellazione” della memoria di quel periodo.

Nel dibattito, però, è mancata forse la voce di chi la storia di quegli anni l’ha ricostruita pazientemente sui documenti, senza filtri ideologici da una parte o dall’altra. A Viterbo esistono almeno due nomi che su questo fronte hanno lavorato per anni: Maurizio Pinna, autore nel 2011 di un volume che ha censito minuziosamente le opere del ventennio fascista in città “Viterbo, dal Fascismo alla Guerra”, e Mauro Galeotti, che del collezionismo fotografico, dei manifesti d’epoca e delle cartoline storiche ha fatto un archivio di riferimento per chi vuole studiare il passato cittadino attraverso le fonti dirette, non attraverso le interpretazioni del momento.
È a partire da quel lavoro di ricostruzione che vale la pena ripercorrere, con ordine e nel dettaglio, che cosa fu davvero realizzato a Viterbo tra il 1925 e il 1941: un arco di appena sedici anni che cambiò in profondità l’aspetto della città, elevata a capoluogo di provincia il 2 gennaio 1927.
Per questo siamo andati a spulciare proprio il magnifico libro di Maurizio Pinna dove la ricostruzione è oggettiva, documentata e corredata di foto dell’epoca provenienti per lo più dall’Archivio storico, dalla collezione privata di Mauro Galeotti e da collezionisti privati.
La copertura del fosso Urcionio e la nascita di piazza Verdi

Il punto di partenza di questa stagione di trasformazioni è la bonifica del fosso Urcionio, diventato nel tempo una fogna a cielo aperto a causa della crescita della popolazione e dell’espansione dei quartieri. I lavori di copertura, deliberati nel 1925 e affidati all’impresa di Giuseppe Soldati, si intrecciarono con un altro evento: l’incendio che il 7 agosto 1925 distrusse il Cinema Margherita in piazza Giuseppe Verdi, avanti al Palazzo Santoro. L’edificio danneggiato fu abbattuto l’anno successivo, liberando la visuale sul retrostante Palazzo, oggi sede della Biblioteca Comunale degli Ardenti.
Nel 1927 si demolì il quartiere Cunicchio, accanto al Teatro dell’Unione, mentre proseguivano i lavori nel tratto noto come “gabbia del cricco“. La nuova strada che ne derivò, creata per dare accesso a piazza Verdi – dove il 17 maggio 1925 era stato inaugurato il monumento ai Caduti della guerra 1915-1918 – prese il nome di via XXVIII Ottobre, in omaggio alla data della Marcia su Roma del 1922, da cui discendeva la datazione dell’Era Fascista. Non è un caso isolato: buona parte delle inaugurazioni di quegli anni, come si vedrà, furono concentrate proprio in quella data simbolica.

I lavori sull’Urcionio proseguirono per un altro decennio: nel 1932 si intervenne dal ponte Tremoli, nell’attuale piazza dei Caduti, fino al completamento, il 10 maggio 1936, nel punto detto “la Svolta”. Un’opera che bonificò un corso d’acqua insalubre e che oggi restituisce ai viterbesi una viabilità e una vista che appaiono scontate, ma che scontate non erano affatto.
Il Palazzo delle Poste e l’arco di piazza del Plebiscito
Nel 1933 partirono le procedure per acquisire le aree destinate al Palazzo delle R.R. Poste e Telegrafi, che valorizzò l’allora via Littoria (oggi via Filippo Ascenzi), realizzata poco prima come nuova arteria di collegamento con piazza del Plebiscito, in sostituzione della stretta e ripida via della Pescheria. Il progetto, firmato dall’ingegner Bazzani – lo stesso autore del Palazzo dell’Economia Corporativa – vide il cantiere aperto dal 1933 al 21 aprile 1936, giorno dell’inaugurazione.

Nel 1934 fu modificato anche l’arco che collega via Ascenzi a piazza del Plebiscito, con la creazione di un ambiente interno di raccordo tra Palazzo dei Priori e Palazzo del Podestà, oggi sede di una piccola pinacoteca. L’anno seguente, con la terra di riporto degli sbancamenti, nacque piazza del Littorio, l’attuale piazza dei Caduti.
Il Sacrario dei Caduti e le chiese
Attorno alla chiesa di Santa Maria della Peste, consacrata nel 1936 a Sacrario dei Caduti della Grande Guerra, dell’Africa Orientale e “per il fascismo in terra straniera“, furono abbattute le fatiscenti abitazioni che la soffocavano. Sulla facciata rivolta verso via Littoria comparve l’iscrizione “VITERBO AI SVOI CADVTI PER LA GUERRA E PER LA RIVOLVZIONE“, oggi sostituita dalla più generica “VITERBO AI SVOI CADVTI PER LA PATRIA“. Anche la chiesa di Santa Rosa conserva una scritta datata 1937 dedicata ai legionari reduci dall’Africa Orientale Italiana.

Istruzione e sport: dal Collegio Ragonesi alla Casa del Balilla
Il ventennio investì molto sull’istruzione e sulla formazione giovanile. Tra il 1925 e il 1927 fu costruito, su progetto dell’ingegner Rispoli e dell’architetto Bodini, il Collegio “Cardinal Ragonesi” in via IV Novembre, realizzato dalla Congregazione dei Fratelli Maristi. Gli stessi progettisti firmarono, tra il 1930 e il 1933, il Campo Sportivo del Littorio – oggi Stadio Comunale “Enrico Rocchi” – inaugurato il 28 ottobre 1930.
È dello stesso team professionale anche l’opera più discussa di questi giorni: il Palazzo della Gioventù Italiana del Littorio (GIL), realizzato tra il 1930 e il 1931 e oggi sede del Liceo “Mariano Buratti“. La sua costruzione rese necessaria l’apertura dell’attuale via Tommaso Carletti, sull’area dell’ex Convento di San Domenico, per collegare il centro città alla stazione di Porta Romana.

Più avanti, nel 1937-38, furono edificate le scuole “Principe di Napoli“, note ai viterbesi come “Scuole Rosse“, inaugurate il 28 ottobre 1938 alla presenza del ministro Giuseppe Bottai. Il 28 ottobre 1940 fu invece la volta del Regio Istituto Tecnico, intitolato a “Costanzo Ciano” – oggi “Paolo Savi” – realizzato lungo l’attuale viale Capocci.
Le Terme, la ferrovia Roma Nord e il Palazzo dell’Economia Corporativa
Non mancò l’attenzione al termalismo: le Terme Comunali furono rilanciate dall’Opera Nazionale Dopolavoro nel 1929, con la realizzazione della grande piscina termale nel 1932. Sul fronte dei trasporti, la linea ferroviaria Roma-Civita Castellana-Viterbo, la “Roma Nord“, fu completamente trasformata da tranvia a moderna ferrovia tra il 1931 e il 1932, con l’impiego di circa 4.000 operai e un investimento di 90 milioni di lire sostenuto dallo Stato tramite l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni. L’inaugurazione, il 28 ottobre 1932, ridusse il tempo di percorrenza Roma-Viterbo a poco più di due ore. All’epoca le locomotive erano a vapore. Oggi sono moderne, elettriche, ed impiegano lo stesso tempo.
Nello stesso periodo sorse, su progetto dell’ingegner Bazzani, il Palazzo del Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa (oggi sede della Camera di Commercio), inaugurato il 28 ottobre 1933 in via Fratelli Rosselli.
Piazza San Lorenzo e le opere militari
Nel 1933 fu abbassata la quota del pavimento di piazza San Lorenzo, per valorizzare l’accesso alla cattedrale con i gradini oggi visibili: un intervento che portò anche alla scoperta di basamenti di epoca etrusca, tuttora osservabili lungo i muri della piazza.
Sul fronte militare, tra il 1936 e il 1938 fu costruito l’Aeroporto “Tommaso Fabbri”, con un investimento di quasi 12 milioni di lire e l’impiego di oltre mille operai, in gran parte residenti in provincia. L’inaugurazione ufficiale, il 5 febbraio 1938, fu seguita nel maggio dello stesso anno da una visita di Mussolini e, in autunno, da quella del re Vittorio Emanuele III. Nel 1940 fu invece edificata la Caserma “Dante Chelotti”, oggi sede dell’Aviazione dell’Esercito.
Le case popolari e il quartiere Pilastro
Tra il 1928 e il 1934 furono costruite le case per i ferrovieri nel quartiere Cappuccini e le case INCIS in via Monte Asolone e via IV Novembre, alcune delle quali conservano ancora, seppur danneggiate, le formelle con il fascio littorio e l’anno di inaugurazione. Un capitolo a parte riguarda le palazzine del quartiere oggi noto come “Pilastro”, il cui primo lotto – comprensivo di rifugio antiaereo – fu inaugurato il 21 aprile 1941.

Le opere del dopoguerra e quelle mai realizzate
Non tutte le opere avviate in epoca fascista videro la luce entro il regime: il Palazzo della Banca d’Italia, i cui lavori partirono nel dicembre 1939, fu completato solo nel 1947 a causa della guerra; il Palazzo del Genio Civile fu inaugurato nel 1949. Restarono invece sulla carta due progetti di rilievo: il Palazzo degli Uffici dello Stato, approvato nel 1933 ma mai realizzato per mancanza di copertura finanziaria, e la Casa del Fascio.
Una vicenda che interroga il presente
Il quadro che emerge da questa ricostruzione, basata sul lavoro di documentazione portato avanti da studiosi come Pinna e Galeotti, restituisce la fotografia di una città profondamente trasformata in poco più di tre lustri: strade, scuole, un aeroporto, un palazzo delle Poste, un impianto ferroviario rinnovato, edilizia popolare. Opere che, come ricorda lo stesso Mussolini ne Il tempo del bastone e della carota, furono in parte cancellate nei loro simboli più identificativi all’indomani del 25 luglio 1943, quando folle inferocite distrussero busti, ritratti e insegne del regime.
È in questo solco storico, tra memoria da preservare e simboli da contestualizzare, che si inserisce anche la discussione di questi giorni sulla scritta dell’Opera Balilla al Liceo “Buratti”. Una questione su cui, come dimostra la ricchezza della documentazione disponibile, converrebbe forse ragionare partendo dalle fonti prima che dalle prese di posizione.

















