Un ragazzo ferito a una gamba durante una fuga, un altro colpito a una spalla mesi prima e mai portato in ospedale. La procura di Viterbo indaga su una rete che gestirebbe droga, uomini e armi nella boscaglia dei Cimini
VITERBO – Non semplici manovalanze dello spaccio, ma vite recluse nella boscaglia, sorvegliate a vista e trattenute con la forza delle armi. È il quadro inquietante emerso dalle indagini della procura di Viterbo e dei carabinieri dopo il ferimento di un giovane, colpito a una gamba sabato pomeriggio nei boschi dei Cimini mentre tentava di scappare da uno degli accampamenti utilizzati per lo spaccio.
Un episodio che apre uno squarcio su quella che gli inquirenti stanno ricostruendo come una vera e propria filiera di sfruttamento: giovani nordafricani, molti dei quali migranti irregolari, condotti nei boschi e costretti a vendere droga per conto di altri, senza possibilità di andarsene. Chi ci prova, secondo quanto emerso, rischia di essere inseguito e colpito con le armi custodite negli stessi rifugi di fortuna.
La fuga e i colpi d’arma da fuoco
Il fascicolo aperto dalla procura ipotizza i reati di tentato omicidio e sequestro di persona. Secondo quanto ricostruito, intorno alle 15,30 di sabato due uomini avrebbero cercato di allontanarsi da uno degli accampamenti nel bosco. Durante la fuga sarebbero stati inseguiti e raggiunti da colpi d’arma da fuoco. Uno dei due è riuscito a raggiungere Viterbo e a rivolgersi ai carabinieri, mentre il cugino è rimasto ferito ed è stato ricoverato all’ospedale Santa Rosa: non sarebbe in pericolo di vita.
Agli investigatori sarebbero stati consegnati fotografie e filmati dei rifugi nascosti nella vegetazione, insieme a indicazioni sulle persone che li frequentavano. Materiale ora al vaglio degli inquirenti.
La “piazza” nel bosco e i giovani costretti a restare
Secondo quanto ricostruito finora, la piazza di spaccio sarebbe stata diretta da due fratelli, indicati come responsabili del rifornimento di cocaina, eroina e altre sostanze. Alle loro dipendenze avrebbero operato giovani nordafricani costretti a restare nei boschi e a occuparsi della vendita: non manodopera libera, ma persone trattenute contro la propria volontà in un sistema fatto di isolamento e controllo armato.
I capanni utilizzati come rifugio sarebbero stati collocati in punti difficili da raggiungere e organizzati per essere abbandonati rapidamente in caso di controlli delle forze dell’ordine. Pistole e fucili, secondo l’ipotesi investigativa, non servivano solo a difendere il giro di droga, ma anche a impedire eventuali tentativi di fuga di chi viveva e lavorava in quei boschi.
La ferita mai curata
Un dettaglio, tra quelli raccolti dagli inquirenti, restituisce la dimensione della violenza che avvolgerebbe questo sistema: uno degli uomini ascoltati avrebbe riferito di essere stato ferito a una spalla circa due mesi prima, durante un precedente tentativo di allontanamento, senza essere portato in ospedale. Una circostanza che deve ancora essere riscontrata, ma che apre interrogativi su quanti altri episodi simili possano essere rimasti sommersi.
I precedenti sequestri di marzo
Non è la prima volta che le forze dell’ordine intercettano questo tipo di accampamenti nella zona. Lo scorso marzo i carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Viterbo, delle compagnie di Viterbo e Civita Castellana e dello squadrone eliportato Cacciatori Calabria avevano individuato tre accampamenti nei boschi.
Nei due bivacchi scoperti a San Martino al Cimino furono sequestrati un fucile semiautomatico da caccia rubato, una pistola semiautomatica, munizioni, cartucce calibro 12, una pistola a salve, coltelli, una roncola, circa 900 grammi di hashish, bilancini, telefoni cellulari, tablet e materiale per il confezionamento delle dosi. Un terzo rifugio era stato individuato nel territorio di Orte, ma i suoi occupanti riuscirono a fuggire prima dell’arrivo dei militari.
Una rete ancora da mappare
Resta ora da accertare se gli episodi di marzo e quello di sabato siano collegati tra loro e quale sia la reale estensione di questa rete, che secondo gli inquirenti potrebbe non limitarsi ai boschi della Tuscia ma replicarsi, con dinamiche simili, in altre aree boschive del territorio nazionale. Un fenomeno che assume sempre più i contorni di un sistema di sfruttamento organizzato, dove la droga si accompagna alla privazione della libertà di chi è costretto a venderla.

