Un comunicato dell’Università delle Generazioni riporta al centro una questione vecchia di decenni: la carenza di segnaletica e di personale bilingue. I numeri danno ragione all’allarme — 477 milioni di presenze e il 59° posto al mondo per conoscenza dell’inglese
C’è una contraddizione che ogni estate torna puntuale come le code in autostrada. L’Italia è una delle destinazioni più visitate del pianeta, ma resta uno dei Paesi europei dove il visitatore straniero fatica di più a farsi capire.
A rimetterla in circolo è un comunicato dell’Università delle Generazioni, l’associazione culturale e agenzia stampa informale fondata e diretta da Domenico Lanciano ad Agnone, in Molise, attiva dall’ottobre 1993. Un tema che il sodalizio segnala da oltre trent’anni: la diffusa carenza bilingue in quasi tutta Italia, «specialmente nella segnaletica e nella cartellonistica ufficiale, ma anche in talune strutture pubbliche e ricettive».

I numeri dicono che il problema è reale
Il paradosso segnalato dall’associazione trova conferma nelle statistiche ufficiali, ed è più netto di quanto il comunicato stesso lasci intendere.
Sul fronte turistico, l’Italia non è affatto una meta marginale: il 2025 si è chiuso con un record di 477 milioni di presenze e oltre 185 milioni di arrivi, mentre la spesa dei viaggiatori stranieri ha sfiorato i 57 miliardi di euro, in crescita del 4,8%. Nell’estate 2025 più della metà dei clienti nelle strutture ricettive italiane era straniera — il 54,7%, contro il 52,5% dell’anno precedente. Tradotto: in alta stagione, in media, un cliente su due che entra in un bar, in un negozio o in un ufficio informazioni non parla italiano.

Sul fronte linguistico, invece, il quadro è quello che il comunicato denuncia. L’ultima edizione dell’EF English Proficiency Index colloca l’Italia al 59° posto su 123 Paesi, in calo di quindici punti rispetto alla rilevazione precedente; a livello continentale il piazzamento è il 35° su 37. Il rapporto individua un divario strutturale tra comprensione e produzione: gli italiani capiscono discretamente, ma faticano a parlare. È esattamente il tipo di competenza che serve dietro un bancone.

La proposta: l’inglese come requisito di licenza
Da qui la richiesta, che l’associazione ripete da tempo: rendere obbligatoria una conoscenza almeno minima dell’inglese per chi rilascia servizi a un pubblico internazionale. Taxi e trasporti, negozi, forze dell’ordine, strutture pubbliche. Una competenza da inserire, secondo la proposta, tra i requisiti per il rilascio delle licenze.


Il comunicato allarga poi il tiro all’Unione Europea, «così solerte nel dettare persino le regole per le pezzature di frutta e verdura», alla quale rimprovera di non aver mai affrontato il tema di una lingua veicolare comune che agevoli libera circolazione, scambi e ricettività.
Qui vale la pena aggiungere il contesto che il comunicato non dà: le politiche linguistiche non rientrano tra le competenze dell’Unione, che riconosce ventiquattro lingue ufficiali e lascia la materia agli Stati membri. Non è una dimenticanza di Bruxelles, ma un limite dei trattati — che spiega anche perché una direttiva sull’inglese obbligatorio sia, allo stato, giuridicamente impraticabile.
Una precisazione sui cartelli del Nord
Un passaggio del comunicato merita un chiarimento. L’associazione rileva come «paradossalmente» in alcune regioni settentrionali si trovino cartelli in italiano e in lingua locale «tipo dialetto», ma senza traduzione inglese.

In realtà la segnaletica bilingue di Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e di alcune aree slovene, ladine, sarde, occitane e albanofone non riguarda dialetti: si tratta di lingue minoritarie storiche, tutelate dall’articolo 6 della Costituzione e dalla legge 482 del 1999, e in Alto Adige addirittura da uno Statuto speciale che impone la toponomastica bilingue. Non sono dunque folklore locale in concorrenza con l’inglese, ma un obbligo di legge che risponde a un’esigenza diversa — la tutela di comunità residenti, non l’accoglienza dei visitatori. Nulla vieta, naturalmente, che ai due idiomi ufficiali se ne affianchi un terzo per i turisti: ed è proprio la strada trilingue che il comunicato indica come modello.
Le obiezioni
Non tutti condividono l’impostazione. Le associazioni di categoria del commercio osservano da tempo che imporre una certificazione linguistica come requisito di licenza scaricherebbe un costo rilevante su microimprese e attività familiari, che sono l’ossatura del piccolo commercio italiano, e in aree interne a bassa pressione turistica risulterebbe sproporzionato rispetto al beneficio. C’è poi chi sostiene che la traduzione automatica su smartphone stia già colmando il divario nella comunicazione spicciola, rendendo il vincolo normativo meno urgente.

Sul versante opposto, molti operatori del turismo replicano che l’app risolve l’ordinazione al ristorante ma non l’emergenza, il reclamo, l’indicazione sanitaria o il rapporto con le forze dell’ordine — e che la segnaletica pubblica, a differenza di una conversazione, non ha bisogno di alcuna formazione del personale: basta stanziare i fondi e stamparla bene. È probabilmente il punto su cui il consenso è più ampio, ed è anche quello che il comunicato mette per primo.## Il punto
L’auspicio con cui si chiude il comunicato è di quelli generosi: una comunicazione interpersonale più facile che favorisca gli scambi, la conoscenza reciproca e, in ultima analisi, il dialogo e la pace nel mondo.
Ridotto alla scala di un ufficio turistico di provincia, l’obiettivo è più modesto ma non meno concreto. Un Paese che incassa 57 miliardi l’anno dai visitatori stranieri e ne accoglie oltre 185 milioni può permettersi cartelli leggibili anche a chi non ha studiato italiano. Non è una questione identitaria: è manutenzione ordinaria dell’ospitalità.

