SORIANO NEL CIMINO – La vicenda della Torre di Chia continua a far discutere e l’Università Agraria interviene nuovamente per fornire la propria ricostruzione su alcuni degli aspetti finiti al centro del dibattito degli ultimi giorni.
L’ente parte dalla questione dei presunti matrimoni organizzati nell’area del bosco. La precisazione è netta: nel bosco sotto la Torre, secondo quanto riferito dall’Università Agraria, non sarebbe mai stato celebrato alcun matrimonio, né civile né religioso. Alcuni visitatori avrebbero invece realizzato un rito simbolico di ispirazione celtica, senza alcun pagamento per l’utilizzo dell’area.
Sul tema l’ente richiama anche un’intervista del 2018 rilasciata a Tusciaweb da Graziella Chiarcossi, nella quale veniva raccontata la proposta di utilizzare gli spazi della Torre per celebrare matrimoni civili. Un’idea che, all’epoca, era stata definita dalla stessa Chiarcossi una possibile “bella opportunità”.
L’Università Agraria chiarisce comunque che non è sua intenzione trasformare la Torre o il bosco in una location per matrimoni. La prospettiva indicata è invece quella di valorizzare il sito attraverso un progetto culturale, fino all’ipotesi di un museo diffuso.
Altro punto della replica riguarda la controversia giudiziaria sulla proprietà dell’area. L’ente ricostruisce la propria iniziativa partendo dal 2021, quando sarebbe venuto a conoscenza della vendita e avrebbe avviato un confronto con i legali del nuovo proprietario. Le interlocuzioni, secondo quanto riferito, sarebbero proseguite per circa un anno nel tentativo di arrivare a una soluzione senza ricorrere al giudice.
Per l’Università Agraria, quindi, parlare di una controversia nata improvvisamente dopo la realizzazione del Parco delle Cascate non restituirebbe l’intera sequenza degli avvenimenti. La questione dei terreni di accesso alla Torre, viene ricordato nella nota, era già emersa nel 2018, quando venivano segnalati problemi proprio con l’ente proprietario dell’area.
L’Università Agraria respinge inoltre l’interpretazione secondo cui dietro l’azione giudiziaria ci sarebbe una volontà di fare business. L’ente sottolinea di aver affrontato una vicenda lunga e costosa, con un esito affidato alla magistratura, e ricorda che il bene, in caso di acquisizione, non potrebbe essere semplicemente venduto per ricavarne un profitto.
Nella sua ricostruzione l’ente richiama infine il caso della casa di Pier Paolo Pasolini a Rebibbia, ricordando la battaglia per trasformare quell’immobile in un museo pubblico e aperto al territorio. Un esempio che l’Università Agraria accosta alla situazione di Chia e alle recenti dichiarazioni di Ascanio Celestini, che ha commentato la vicenda dagli studi di In Onda.
La posizione dell’Università Agraria resta quindi quella già espressa nei giorni scorsi: distinguere la discussione politica e le opinioni personali dagli elementi documentali della vicenda.
“I fatti non sono opinioni”, ribadisce l’ente, che chiede il rispetto delle istituzioni e delle decisioni della magistratura e sottolinea come la questione della natura collettiva del bene sia già stata affrontata in sede giudiziaria.

