Maxi blitz antidroga dei Carabinieri di Civitavecchia: 8 arresti per traffico internazionale di cocaina (VIDEO)

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L’indagine della Sezione Operativa della Compagnia di Civitavecchia ha ricostruito una presunta rete attiva tra il litorale nord laziale, la Spagna e il Sud America. Coinvolte 11 persone, scoperta anche una raffineria clandestina in Calabria

CIVITAVECCHIA – Un’organizzazione ritenuta dagli investigatori capace di importare ingenti quantitativi di cocaina dal Sud America e distribuirli in Italia attraverso una rete ramificata tra il litorale laziale, la Capitale e il Sud Italia è stata colpita da una vasta operazione dei Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Roma.

Dalle prime ore dell’alba i militari hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare nelle province di Roma, L’Aquila, Reggio Calabria e Catania. Complessivamente sono 11 gli indagati nel procedimento: per 8 di loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre altre 3 persone risultano indagate a piede libero.

L’inchiesta, avviata nell’agosto del 2025, avrebbe consentito di ricostruire l’esistenza di un’associazione per delinquere a carattere transnazionale, dotata di collegamenti con ambienti della criminalità organizzata calabrese e campana e con referenti operativi tra Spagna e Sud America.

Secondo gli investigatori, la struttura era articolata e gerarchizzata. Al vertice vi sarebbe stato un broker internazionale di origine dominicana, incaricato dei rapporti con i fornitori esteri e della gestione dei flussi finanziari illeciti. Un cittadino colombiano, soprannominato dagli affiliati “il Presidente”, avrebbe invece coordinato le importazioni e i rapporti con i narcotrafficanti sudamericani e spagnoli. Un broker romano sarebbe stato il principale punto di riferimento per la distribuzione della droga sul litorale nord laziale e nel Centro Italia, mentre un soggetto di origine calabrese avrebbe garantito la disponibilità di veicoli modificati con sofisticati vani nascosti.

Le indagini hanno evidenziato una notevole capacità logistica. La cocaina sarebbe stata introdotta in Italia attraverso due canali principali: via terra dalla Spagna, mediante automobili dotate di doppi fondi meccanizzati, e via mare attraverso navi partite da porti sudamericani, in particolare dall’Ecuador. In alcuni casi il carico sarebbe stato lanciato in mare e successivamente recuperato grazie a coordinate GPS prestabilite.

Per le consegne più delicate, l’organizzazione si sarebbe inoltre avvalsa di corrieri “ovulatori”, incaricati di trasportare la droga ingerendo decine di ovuli per eludere i controlli.

Dalle intercettazioni emergerebbe anche una gestione di tipo imprenditoriale del traffico. La cocaina, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stata acquistata a un prezzo compreso tra i 16 e i 17 mila euro al chilogrammo per essere poi rivenduta tra i 21 e i 24 mila euro. Nelle conversazioni intercettate la droga veniva indicata con nomi in codice come “Biancaneve”, “Rosalia” o attraverso termini convenzionali riferiti al grado di lavorazione della sostanza.

Tra gli episodi più significativi ricostruiti nell’inchiesta figura una presunta truffa subita dai vertici del gruppo da parte di esponenti della Camorra. Secondo gli investigatori, i criminali napoletani si sarebbero impossessati di un carico di 10 chilogrammi di cocaina simulando un falso intervento delle forze dell’ordine. Un colpo che avrebbe provocato un danno economico stimato in circa 280 mila euro e che avrebbe portato all’organizzazione di incontri in Campania per tentare di risolvere la controversia.

Le indagini avrebbero inoltre documentato una forte propensione alla violenza. Per recuperare i crediti legati al traffico di droga sarebbero stati pianificati sequestri di persona, pestaggi con mazze da baseball e l’utilizzo di armi da fuoco. Gli investigatori segnalano anche presunti contatti con i vertici dei “Los Choneros”, una delle più potenti organizzazioni criminali dell’Ecuador.

Particolarmente sofisticato sarebbe stato anche il sistema di pagamento. Per movimentare il denaro proveniente dal narcotraffico e aggirare i controlli tradizionali, il gruppo avrebbe fatto ampio ricorso alle criptovalute.

L’epilogo dell’indagine è arrivato con la scoperta di una raffineria clandestina nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria. All’interno del laboratorio i Carabinieri hanno sequestrato presse idrauliche, stampi, forni a microonde e oltre 500 chilogrammi di sostanze da taglio che, secondo l’accusa, sarebbero state utilizzate per ridurre la purezza della cocaina e aumentare i profitti dell’organizzazione.