Tre ultras della Viterbese scagionati dall’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale, dopo aver già scontato sulla propria pelle le conseguenze di un provvedimento rivelatosi infondato
VITERBO – Sette anni. Tanto è servito alla giustizia per stabilire quello che le immagini delle telecamere avrebbero potuto chiarire fin da subito: i tre tifosi della Viterbese finiti sotto processo per i fatti dello stadio Pinto di Caserta non avevano aggredito nessuno.
Il loro intervento, come emerso dal dibattimento, era diretto a contenere la tensione, non ad alimentarla. Eppure, in attesa che questa verità venisse riconosciuta in un’aula di tribunale, i tifosi coinvolti hanno già pagato un prezzo tutt’altro che simbolico.
Tutto nasce nel 2019, al termine di una partita di Serie C tra Casertana e Viterbese. Alcuni sostenitori gialloblù si erano trattenuti nel settore ospiti per recuperare striscioni e bandiere, materiale che rappresenta per qualsiasi tifoseria organizzata un patrimonio identitario, non certo un bottino di guerra. In quei momenti si sono create tensioni con i carabinieri in servizio, tensioni che la Procura ha ritenuto di dover trasformare in un procedimento penale per oltraggio a pubblico ufficiale.
Da lì, la macchina sanzionatoria si è messa in moto con una rapidità che stride non poco con la lentezza mostrata poi dal processo: sette tifosi coinvolti, tutti sottoposti a Daspo con obbligo di firma. Una misura pesantissima, che significa presentarsi periodicamente dalle forze dell’ordine, vedersi preclusa la possibilità di seguire la propria squadra, portare per anni il marchio di un provvedimento restrittivo — il tutto sulla base di un’accusa che il processo ha poi smontato quasi integralmente.
Per quattro di loro la vicenda giudiziaria si è chiusa con la messa alla prova, una soluzione che comunque presuppone un percorso di espiazione. Per i restanti tre è arrivata, dopo anni di attesa, l’assoluzione con formula piena: il fatto non sussiste. Resta una condanna per resistenza a pubblico ufficiale a carico di un solo imputato, contro cui è comunque annunciato ricorso.
Il bilancio finale racconta una storia che va oltre il singolo episodio: quella di un sistema in cui la sanzione amministrativa e restrittiva — il Daspo, l’obbligo di firma — arriva immediata e pesante, mentre l’accertamento della verità processuale richiede anni, quando non decenni. Nel frattempo, chi viene poi giudicato innocente ha già scontato una pena de facto, fatta di libertà limitata e reputazione compromessa, senza che nessuno gliela possa restituire. Un cortocircuito tra i tempi della giustizia e quelli dell’ordine pubblico che, ancora una volta, lascia sul campo vittime senza colpa.

