Tarquinia — Tensione alle stelle sul litorale dopo il sequestro scattato il 5 agosto. A quarantotto ore di distanza, mentre montavano le polemiche e la protesta dei clienti, è arrivata l’autorizzazione dell’Ufficio Demanio: proprio la risposta scritta la cui assenza è all’origine del blitz.
Il gestore Dario Canestrelli: «Siamo a pezzi. Si ripari in fretta a questo errore. Il chiosco non doveva essere sequestrato, ora rischiamo di perdere il Ferragosto. Ho 17 dipendenti fermi, qualcuno ci aiuti».
Una tempesta burocratica in pieno agosto rischia di mettere in ginocchio una delle realtà balneari più innovative del litorale laziale. A soli due giorni dal blitz che ha portato al sequestro del chiosco sulla spiaggia dello stabilimento “La Scogliera”, a Sant’Agostino, il Comune di Tarquinia ha firmato il via libera ufficiale alle strutture stagionali. Un ok che, sulla carta, vale come una piena conferma della regolarità dell’attività, ma che rischia di trasformarsi in una vittoria di Pirro a causa dei tempi della giustizia.
Il 7 agosto 2026 l’amministrazione comunale ha infatti rilasciato l’autorizzazione dirigenziale n. 377, sbloccando la conformità demaniale delle opere temporanee richieste dalla società “Maresole srl”, che gestisce lo stabilimento. L’atto, firmato dal responsabile del Settore 8 – Demanio comunale, collettivo e marittimo, Vincenzo Vergati, accoglie formalmente l’istanza presentata dall’amministratore unico della società, Valerio Salerni, titolare della concessione demaniale marittima n. 33, Rep. n. 9202/2009, protocollata il 6 agosto.
Le trenta opere autorizzate, chiosco compreso
Il provvedimento, adottato ai sensi dell’articolo 24 del Regolamento di esecuzione del Codice della navigazione, autorizza l’installazione di oltre trenta opere stagionali che ricalcano esattamente la mappatura dei servizi offerti dallo stabilimento. Tra queste, in modo espresso, i «4 chioschi in struttura prefabbricata in legno, tinteggiati di colore bianco, dimensioni 4.00 x 4.00», con aggetto fronte mare di profondità 1,90 metri.
L’elenco prosegue con:
- 20 gazebo in struttura metallica con teli idrorepellenti bianchi, 17 dei quali di 5×5 metri, destinati ad accoglienza clienti, area giochi, zone di consumazione, copertura delle docce calde e ombreggiatura dei parcheggi;
- coperture in bambù e teli ombreggianti (dieci sul lato mare del fabbricato principale, tre sul retro), una passerella pedonale per agevolare l’accesso alla battigia, una sbarra di accesso al parcheggio e una linea di acqua fredda lungo il perimetro dell’arenile con vari punti doccia;
- serbatoi idrici (tre da 5.000 e tre da 1.500 litri), due kit di pannelli solari con accumulo sulla copertura del fabbricato adibito a cabine e servizi;
- una cucina ambulante, un mezzo per lo street food e un deposito ambulante, oltre alla torretta di assistenza bagnanti, alla rastrelliera per canoe e sup e alle fioriere.
L’autorizzazione dispone che «le strutture installate dovranno essere rimosse entro il 30 settembre 2026», confermandone la natura stagionale e la piena riconducibilità al regime delle opere amovibili.
Dopo l’incendio del 2023, uno stabilimento senza sala
Strutture, queste, che per “La Scogliera” non sono un accessorio ma l’intera azienda. Il 13 giugno 2023 un incendio doloso rase al suolo i 520 metri quadrati della struttura fissa originaria, spingendo la società a reinventarsi con un modello interamente mobile e tecnologico per la somministrazione di cibo e bevande in spiaggia.
«Andarono a fuoco le strutture fisse dello stabilimento: ristorante, bar, pizzeria — racconta Canestrelli —. Da allora lavoriamo con strutture mobili con licenza, abbiamo quattro mezzi mobili, e facciamo un lavoro stratosferico. Non abbiamo una sala: la nostra sala è diventata la spiaggia. Tutti i nostri clienti hanno strumenti telematici in mano per farci gli ordini, da un caffè a una zuppa di crostacei. Impiegarono tre giorni per spegnere l’incendio, l’area era piena di taniche di benzina, il soffitto è andato distrutto. Ci siamo rimboccati le maniche e siamo ripartiti. Ora ci sentiamo distrutti».
Una ricostruzione, quella dell’irregolarità, contestata dal gestore fin dal primo momento: l’iter, sostiene, era stato avviato regolarmente e con largo anticipo. «La documentazione è in regola, gemella a quella degli anni passati. Scopriamo solo ora che serviva una risposta scritta da parte del Comune di Tarquinia. Era il 4 marzo quando abbiamo presentato tutta la documentazione: e ci vengono a fare un sequestro preventivo il 5 agosto?».
Il nodo dei tempi: la Procura può fermare il Ferragosto
Se la regolarità delle carte sarebbe ora sancita dal via libera del Comune, sul futuro immediato dell’attività pesa come un macigno il fattore tempo. Il legale della Maresole, l’avvocato Paolo Pirani, ha depositato immediatamente l’istanza di dissequestro, e lo stesso Comune ha inviato il 7 agosto una pec alla Capitaneria di porto chiedendo la restituzione del bene. Ma i sigilli restano al loro posto.
Per la revoca del sequestro preventivo serve infatti la firma del pubblico ministero, e con gli uffici giudiziari ridotti ai minimi termini per le ferie estive il rischio concreto è che nessuno esamini il fascicolo prima dei primi di settembre. Un’eventualità che rappresenterebbe un disastro economico assoluto, considerando che il provvedimento cade a ridosso di Ferragosto, la settimana che da sola vale quasi una stagione.
«La norma delinea un preciso obbligo procedimentale — spiega Pirani nell’istanza —: il pm, prima di investire il gip della richiesta di convalida, deve valutare se sussistano i presupposti per disporre direttamente la restituzione. Laddove, come nel caso di specie, sia intervenuto un fatto sopravvenuto che fa venir meno i presupposti del sequestro, il pm ha il potere-dovere di disporre la restituzione senza attendere l’intervento del gip». Il riferimento è all’articolo 321, comma 3, del codice di procedura penale, secondo cui il sequestro è immediatamente revocato quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità. E l’autorizzazione n. 377, per la difesa, è esattamente quel fatto sopravvenuto.

Quel “pasticcio” legato all’articolo 24
Un elemento di assoluta specificità del caso, sottolinea il legale, è che «l’autorizzazione sopravvenuta proviene dallo stesso ente (Comune di Tarquinia – Settore 8) e dallo stesso dirigente che il 5 agosto avevano verbalmente confermato alla Pg l’assenza del titolo autorizzativo». Circostanza che, per la difesa, escluderebbe ogni dubbio sull’efficacia del titolo: non un atto di dubbia validità né una mera prospettiva di sanatoria, ma un provvedimento pienamente efficace, rilasciato dall’autorità competente, che copre esattamente il manufatto sequestrato.
Resta il nodo tecnico sollevato dal gestore sull’applicazione dell’articolo 24, definito «una procedura burocratica cartacea mantenuta dal Comune di Tarquinia», mentre altre amministrazioni laziali — Civitavecchia e Gaeta, per esempio — avrebbero già digitalizzato tutto attraverso il modello telematico D3. «Il mio professionista ha inserito telematicamente tutte le variazioni in concessione demaniale tramite il modello D3: la procedura la fai, la finalizzi e con il protocollo la invii per conoscenza al demanio, che dovrebbe riscontrare — spiega Canestrelli —. Il 7 agosto è stata emessa un’autorizzazione relativa ad almeno trenta opere. Nella lettera si chiede cortesemente il rilascio dell’articolo 24: significa che tutta la pratica era a posto, altrimenti in due giorni non me l’avrebbero rilasciata. Noi abbiamo le carte in regola».
Un tecnicismo che avrebbe innescato un meccanismo burocratico cieco, capace di bloccare un’attività del litorale proprio nel momento di massimo picco produttivo.
Lo sfogo del gestore: «Siamo a pezzi, ho 17 dipendenti fermi»
Tutto sarebbe partito da un esposto presentato in Capitaneria lo scorso primo luglio. «Perché sono venuti solo il cinque di agosto? — domanda Canestrelli —. Ora mi ritrovo con l’istanza di dissequestro presentata e con la comunicazione del Comune alla Capitaneria, che sono i soggetti principali della vicenda, ma non ho ancora l’ok a riaprire. La cosa più eclatante di tutta la storia è che questa autorizzazione è frutto di sei mesi di istruttoria e di documenti presentati per tempo, e io il chiosco non lo posso riaprire perché manca l’istituzione che firma».
Il conto più pesante, però, è quello umano. «Ho 17 dipendenti e li sto ancora facendo venire al lavoro, senza che ci sia lavoro. Avevo tre cuochi, due addetti allo street food, sei persone al chiosco: non so cosa dire a queste persone. Le pratiche legali per ottenere il dissequestro sono in Procura e in Capitaneria: chi può, ci aiuti».
«Per la prima volta in vita mia sono a pezzi — conclude il gestore —. È stata distrutta un’azienda onesta e operosa. Il chiosco non doveva essere sequestrato: è regolare, e l’autorizzazione rilasciata dal Comune adesso lo dimostra. Si ripari in fretta a questo errore. Non ho potuto fare la festa di laurea di mia figlia. Non possiamo subire questa umiliazione».

