Undici sacerdoti riformisti e progressisti scrivono al generale: «Le Scritture non sono un manifesto politico». Ma il passo citato da Vannacci esiste davvero, ed è la Seconda Lettera ai Tessalonicesi. La replica: «Cari parroci, me ne farò una ragione»
Roma – È bastata una parola, pronunciata in una conferenza stampa alla Camera, per riaprire il fronte tra Roberto Vannacci e una parte del mondo cattolico. La parola è «camerata». Il destinatario, San Paolo.
Il generale la usa mentre illustra le proposte di Futuro Nazionale su immigrazione e crisi energetica, portando a esempio il modello norvegese: «La Norvegia ha deciso di non concedere sussidi prima dei cinque anni di permanenza nel paese perché cito il camerata San Paolo: chi non lavora neppure mangi». E aggiunge: «Non mi pare che la Norvegia sia uno Stato totalitario».
La lettera dei sacerdoti
La risposta arriva da undici sacerdoti aderenti alla Fondazione Interesse Uomo, che opera tra Sicilia e Basilicata nel contrasto all’usura e al sovraindebitamento. In una lettera aperta esprimono «profondo dissenso e sconcerto» e contestano l’accostamento dell’apostolo a «un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte».
Nel merito, sostengono che Paolo «non stava dettando regole di economia politica per uno Stato, né invocava punizioni contro i poveri», ma si rivolgeva «a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso agli altri». La chiusa richiama l’apostolo contro chi lo cita: «Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale».
Sulla stessa linea il Movimento dei Cristiani Riformisti. Il presidente Antonio Mazzocchi accusa il generale di confondere l’esortazione spirituale con «un rigido ordine militaresco», e conclude con una battuta destinata a circolare: «Scherzi con i fanti ma lasci stare i santi».
Il precedente e la replica
Non è il primo scontro. Alla vigilia della visita del Papa a Lampedusa del 4 luglio, il vescovo di Agrigento monsignor Alessandro Damiano aveva letto quel viaggio come «un messaggio contro la remigrazione». Prese di posizione analoghe erano arrivate dalle diocesi di Bolzano e Prato, mentre un paio di anni fa la proposta di classi separate per gli studenti disabili aveva provocato la reazione del vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino: «Queste idee ci riportano ai periodi più bui della nostra storia».
La replica del leader di Futuro Nazionale è arrivata nel suo registro abituale: «Cari parroci, me ne farò una ragione».
Cosa c’è davvero nel testo
Sul piano dei fatti, due elementi vanno tenuti distinti dalla polemica.
Il primo: la citazione esiste. «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» è un passo autentico della Seconda Lettera ai Tessalonicesi (3,10).
Il secondo: «camerata» è una parola a doppio fondo. L’origine è neutra — deriva da camera, i compagni che condividono l’alloggio — ed è in questo senso che Vannacci sostiene di averla usata. Ma nell’italiano contemporaneo il termine porta un carico storico preciso: nelle Forze armate il commilitone si chiama abitualmente commilitone, mentre camerata è rimasto associato al lessico del ventennio e fa comodo a certa sinistra mantenerlo tale. È esattamente su questa ambiguità che si gioca lo scontro, e nessuna delle due parti ha interesse a scioglierla.
Un consiglio diamo a questi solerti ed attenti sacerdoti, facciano i pastori e riportino il gregge nelle loro vuote case occupandosi meno di politica e più di Vangelo.

