Il dirigente Daniele Funicelli, approfittando delle ferie, ha fatto passare una legge regionale che neanche una mente presa da un militante di Askatasuna avrebbe saputo scrivere. Sconto del 40% sull’indennità in periferia, debito spalmato su dieci anni: la variazione di bilancio di settembre trasforma la sanzione in un percorso di regolarizzazione che va bocciato in sede consiliare
Roma – Non si chiama sanatoria, ma ne ha tutti i tratti. Nella variazione di bilancio che la Regione Lazio porterà in aula a settembre c’è una norma che cambia la vita a migliaia di famiglie che oggi vivono in un alloggio popolare senza titolo: l’indennità mensile di occupazione scende del 40% in tutte le zone periferiche, e il debito accumulato si potrà pagare fino a centoventi rate mensili. Dieci anni di respiro.
A firmarla (anche se di fatto non ne sapeva nulla) è l’assessore alle Politiche abitative Pasquale Ciacciarelli, esponente della Lega nella giunta guidata da Francesco Rocca. Un dettaglio che vale più di molti comunicati: la misura più vicina a una regolarizzazione degli occupanti degli ultimi anni arriva dal centrodestra, non dai movimenti per il diritto all’abitare. La fervida mente “sinistra” che ha partorito questo capolavoro non è proveniente da un centro sociale tipo Askatasuna ma dal Capo della struttura autonoma di diretta collaborazione del Gabinetto del presidente Rocca “Ufficio Legislativo”, Daniele Funicelli. Ex candidato alle elezioni amministrative di Roma con Fratelli d’Italia (arrivò al 19° posto con soli 818 voti di preferenza), ha ottenuto un doppio “premio di partecipazione”. Prima fu nominato, con decreto del Presidente della Regione Lazio n. T00170 del 14 agosto 2023, commissario del parco regionale dell’Appia Antica poi a diretto comando dell’ufficio di presidenza. Il fatto è che ha dimenticato ben presto la “provenienza politica” (dicono in regione Lazio di lui) e sembra essersi messo in proprio non rispondendo più alle logiche di partito ma solo a quelle personali.
Cosa prevede la norma
Il quadro attuale nasce da una legge del 1999 che punisce l’occupazione di un alloggio Ater con una multa compresa tra i 25mila e i 45mila euro. A questa si somma un’indennità mensile che pesa sul conto dell’occupante: fino a circa 300 euro al mese per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica in quartieri come Garbatella, Testaccio o San Saba, e fino a 900 euro al mese per le costruzioni più recenti di Spinaceto, Laurentino o Torre Vecchia.
La modifica introduce due movimenti opposti. Nelle aree periferiche l’indennità viene ridotta del 40%. Nelle zone di pregio, al contrario, aumenta del 10%. A questo si aggiunge la rateizzazione fino a centoventi mensilità, che è la parte davvero decisiva: un debito da decine di migliaia di euro, oggi semplicemente inesigibile, diventa una rata sostenibile e quindi un pagamento che l’ente ha qualche possibilità di incassare.
Resta in piedi, per chi sceglie di andarsene, l’incentivo già previsto: chi lascia l’alloggio entro sessanta giorni paga circa 20mila euro invece del doppio.
Perché è una sanatoria di fatto
La logica di una sanatoria è sempre la stessa: prendere atto che una sanzione non riscossa non produce né deterrenza né gettito, e sostituirla con un obbligo più mite ma esigibile. È quello che accade qui.
Le indennità e le multe erano state pensate come strumenti di dissuasione. Nei fatti, hanno prodotto posizioni debitorie che nessuno paga e che nessuno riesce a recuperare, mentre le persone restano nell’alloggio. Il taglio del 40% e la rateizzazione decennale non cancellano la sanzione: la rendono compatibile con i redditi di chi vive in periferia. Chi fino a ieri era un moroso irrecuperabile, domani può diventare un pagatore. E chi paga entra in una relazione formale con l’ente: un fascicolo, una posizione contabile, un’anagrafe di chi occupa e dove.
C’è poi la geografia della norma, che è il suo aspetto più politico. Lo sconto vale solo in periferia; nelle zone di pregio la stretta aumenta. Il messaggio implicito è che l’occupazione di un alloggio popolare a Spinaceto e quella di un appartamento semicentrale non sono la stessa cosa, e che sulla prima lo Stato è disposto a scendere a patti.
Le obiezioni
Il fronte critico è netto, e non arriva solo dall’opposizione di merito. Il presidente della commissione Casa del Comune di Roma, il dem Yuri Trombetti, contesta il metodo prima ancora della sostanza: una misura di questa portata infilata in una variazione di bilancio ad agosto, dopo mesi di accuse alla sinistra di difendere gli abusivi. Nella sua lettura si tratta di un regalo agli occupanti travestito da tecnicismo contabile, e la scommessa è che il presidente Rocca non ne sia informato e la faccia ritirare.
L’obiezione di merito è più pesante. Dietro una parte delle occupazioni di case popolari non c’è il bisogno abitativo ma l’organizzazione criminale che gestisce gli ingressi: un fenomeno diverso dall’occupazione di uno stabile privato abbandonato, e che uno sconto sull’indennità rischia di finanziare invece di colpire. C’è poi il tema della coda: chi ha fatto domanda, ha atteso il proprio turno e paga un canone regolare vede chi è entrato senza titolo ottenere condizioni migliori. Ogni sanatoria produce questo effetto, e in edilizia popolare pesa più che altrove, perché il bene contestato è scarso e assegnato per graduatoria.
Sul versante opposto della norma, l’aumento del 10% nelle zone di pregio si incrocia con un’altra partita: le case Ater in aree centrali e semicentrali messe in vendita per fare cassa, con prezzi non più ancorati ai valori dell’Osservatorio del mercato immobiliare del 2015. Sindacati degli inquilini e movimenti per l’abitare denunciano da tempo l’esito di questa combinazione: il patrimonio pubblico si ritira dal centro e resta solo in periferia. Che è esattamente il perimetro in cui, non a caso, si applica lo sconto.

