I segni di questa prolungata fragilità fisica erano apparsi evidenti anche durante le sue ultime apparizioni pubbliche
ROMA – Vittorio Sgarbi si trova attualmente ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Gemelli di Roma. Le condizioni cliniche del celebre critico d’arte e politico, 74 anni, sarebbero giudicate gravi. Sebbene la direzione della struttura ospedaliera capitolina abbia confermato la degenza del paziente, al momento vige il massimo riserbo sulle cause specifiche che hanno portato al trasferimento d’urgenza.
Lo stato di salute di Sgarbi destava preoccupazione già da diverso tempo. Nel marzo dello scorso anno aveva affrontato un precedente ricovero presso il medesimo nosocomio per combattere una profonda sindrome depressiva, una patologia che lo aveva spinto a un progressivo isolamento, unito a una marcata inappetenza e a un drastico calo ponderale.
I segni di questa prolungata fragilità fisica erano apparsi evidenti anche durante le sue ultime apparizioni pubbliche. Lo scorso febbraio, affiancato dall’inseparabile compagna Sabrina Colle, era stato notato alla Certosa di Ferrara con un incedere incerto e un aspetto visibilmente provato. Nonostante le difficoltà, l’8 maggio aveva comunque trovato le energie per festeggiare il suo settantaquattresimo compleanno a Venezia, ricevendo a Cà Giustinian gli auguri del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco.
Al delicato quadro clinico si intreccia un periodo di forte turbolenza sul fronte privato. Negli ultimi mesi, infatti, il critico è finito al centro di una controversa battaglia legale innescata dalla figlia Evelina. Quest’ultima ha depositato un’istanza presso il tribunale civile di Roma per richiedere la nomina di un amministratore di sostegno, sostenendo che il padre non sia più nelle condizioni ottimali per curare in autonomia i propri interessi e la propria persona. Una frattura familiare giunta a poca distanza dalla chiusura di un’altra complessa parentesi giudiziaria, terminata all’inizio dell’anno con la sua assoluzione dall’accusa di riciclaggio legata al caso del dipinto “La cattura di San Pietro” di Rutilio Manetti.

