di Fabio Angeloni
Allumiere – Si muore ad Allumiere. Si muore sul lavoro, dormendo, a 15 come a 36 anni.
Si muore alla vigilia della festa. Si muore nel sonno con il monossido nei polmoni. Carni fresche per i panini del giorno dopo riposte nel frigorifero alimentato dall’elettrogeno.
Si muore sotto la piccola tenda dello stand per il giorno dopo. E la scoperta blocca le menti e scalda i cuori.
Per qualche ora.
Poi si è aperto un conflitto etico tra il valore della vita di Francesco Di Fazio (36 anni, di Fondi) e Gabriele Tullio (15 anni, di Nerola) e l’irresistibile richiamo della “tradizione”.
Perché ad Allumiere, le contrade, i contradaioli, l’allevamento dei somari da corsa non sono solo la tradizione. Sono Allumiere e la sua Storia celebrate da una piazza piena di gente il giorno della prova e la sera prima della provaccia.
Intendiamoci, non è piazza del Campo di Siena con i suoi nobili e desiderati destrieri e i suoi fantini famosissimi e super pagati. Qui gareggiano poveri somarelli e anonimi fantini, ragazzetti del posto che preferiscono la monta asinina alla monta western.
Compianto, solidarietà per le due morti sul lavoro, poi qualche ora di silenzio e… E’ allora che qualcuno per primo ha detto “The show must go on” in puro dialetto “allumierasco” .
E così è stato.
Cosa ha prevalso la tradizione o l’interesse?

Il giro di affari di quell’ultima domenica di agosto riempie le tasche di tanti. In questo non c’è nessuna contraddizione con la logica del profitto che, la sera prima, aveva tenuto Francesco Di Fazio (36 anni, di Fondi) e Gabriele Tullio (15 anni, di Nerola) a dormire sulle sdraio nello stand a due passi dal generatore di corrente.
E’ lo stesso giro, sono le stesse tasche che, la sera dopo e quella dopo ancora, incassano dalla folla accorsa da tutti i comuni vicini, più affamata che incuriosita.
Ed anche se c’è sempre un intellettuale di turno pronto a sdoganare la manifestazione asinina con presunte profondità sociologiche, sotto la patina storiografica o di facciata, il conformismo ipocrita di quelle esibizioni oggi appare ormai chiaro.
Perché il palio di Allumiere ha una storia da raccontare ed è quella del sudore, della fatica e delle morti attraverso secoli di lavoro nelle miniere del ‘500 di Agostino Chigi “il Magnifico”, allora appaltatore delle ricche cave di allume di rocca, che si inventò il circo dei somari e degli uomini loro compagni nella fatica, cinicamente avversari nella corsa per il divertimento della piazza ed il piacere del magnanimo signore che si arricchiva alle loro spalle.
Ecco perché di fronte alla morte di Francesco Di Fazio (36 anni, di Fondi) e Gabriele Tullio (15 anni, di Nerola) Allumiere doveva fermarsi. Proprio in nome e per rispetto della storia quel cencio macchiato di sangue e di sudore doveva essere ammainato.
Ma non lo hanno fatto. Svuotata dalla memoria, quella corsa asinina è apparsa per quello che oggi è: una circostanza profondamente “vecchia”, rigida e deprivata delle vere idee originali, messa lì per far guadagnare due baiocchi, stiracchiando le regole della sicurezza o addirittura tradendole se le ipotesi di reato della Procura verranno confermate: duplice omicidio colposo.
Si replica il prossimo anno.

