Sui social feroci polemiche e accuse nei confronti del primo cittadino che non si è imposto e impedito questo scempio
Allumiere – C’è chi muore e c’è chi festeggia. Ad Allumiere è successo questo, e non ci sono giri di parole abbastanza gentili per raccontarlo: mentre due ragazzi giacevano morti in un gazebo, a due passi la festa andava avanti a tamburo battente. Letteralmente.
Francesco Di Fazio, 36 anni. Gabriele Tullio, 15 anni. Uccisi dal monossido di carbonio mentre dormivano, perché costretti a dormire lì, in uno stand, per vendere panini e bibite durante il Palio dei Somari (foto archivio). Non erano ospiti d’onore. Erano manodopera invisibile, di quelle che si notano solo da morte. E infatti ad Allumiere, appena spirati, sono tornati esattamente quello che erano prima per gli organizzatori: un dettaglio.
Un minuto di silenzio. Cronometrato, recitato, liquidato. E poi via, come se nulla fosse: rullo di tamburi, urla, sbandieratori, giubilo, coppe alzate al cielo. A pochi metri, lo stand dei due pontini era ancora lì, chiuso, muto, a fare da monumento involontario a un Comune che ha scelto lo spettacolo al posto del lutto. Chiunque abbia un briciolo di decenza avrebbe fermato tutto. Ad Allumiere no. Ad Allumiere si è scelto di correre lo stesso, con due bare ancora calde a due passi dal circuito.
E la gente, va detto, ha capito prima e meglio di chi doveva decidere: in tanti hanno disertato, boicottato, lasciato vuoti gli spalti sui monti della Tolfa. Bastava un po’ di pudore, e loro ce l’hanno avuto. Chi doveva averlo – sindaco, organizzatori, Comune – no.
Perché diciamolo senza ipocrisie: quella di Allumiere non è “tradizione”. È cinismo travestito da tradizione. È un carnevale di bandiere e tamburi organizzato sul cadavere di un ragazzino di 15 anni e di un uomo di 36, arrivati fin lassù per guadagnare due spiccioli e ripartiti in un sacco nero. Non un rinvio. Non un annullamento. Non un segno che due vite umane pesassero più di un trofeo. Solo l’ansia di consegnare il drappellone in tempo, di non rovinare la “festa”.
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E la festa, guarda un po’, ha avuto pure il suo lieto fine sportivo: il rione Ghetto campione dopo 26 anni di digiuno, grazie al fantino Massimiliano Virgili, alias Marchicià, due batterie su tre vinte con lo stesso entusiasmo con cui si applaude a un funerale sbagliato. La Polveriera si porta a casa il titolo di migliore contrada di sbandieratori e il premio per il miglior corteo storico. Complimenti a tutti. Davvero. Complimenti per aver saputo far vincere le bandiere sul buonsenso.
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Ma il vero premio di questa edizione, quello che resterà scritto più di ogni coppa, se lo sono guadagnato sul campo gli organizzatori del Palio e il sindaco Luigi Landi: il premio della vergogna. Non servivano strategie, non servivano piani B: serviva solo fermarsi. Serviva il silenzio, quello vero, non quello dei sessanta secondi di circostanza. Hanno scelto di correre lo stesso. Hanno scelto le bandiere invece del lutto, l’applauso invece del rispetto. E ora possono pure tenersi la loro coppa: pesa quanto la dignità che hanno perso per vincerla.

