Cronaca semiseria di una guerra santa contro un frontone. Con ponteggi ancora montati
Viterbo – Mentre in mezza Italia il vocabolario woke arretra a passo di carica, a Viterbo si resiste, resiste e restiste (come disse il giudice del tribunale del popolo Oscar Luigi Scalfaro). Si resiste a un frontone.
Nello specifico, a undici lettere riemerse durante i lavori di restauro del palazzo di via Tommaso Carletti, che dal 1952 ospita il liceo classico Mariano Buratti e che negli anni Trenta fu costruito, dettaglio non secondario, per l’Opera Nazionale Balilla.
Che su un edificio nato per l’Opera Nazionale Balilla ci fosse scritto “Opera Balilla” è una di quelle sorprese che, in effetti, non ti aspetti. Come scoprire che nel Colosseo si facevano i giochi.
Da lì, la mobilitazione. Un giornalista di lungo corso e il suo blog – che volutamente non citeremo, tanto in città sanno tutti – hanno trasformato una questione di restauro conservativo in una dichiarazione di guerra al genere umano, con annessa richiesta di dimissioni della Soprintendente. Sit-in, palco, microfoni, decine di persone convocate davanti a una scuola chiusa per ferie a fissare un ponteggio.
Gli esperti
Si dice che nei giorni scorsi siano stati avvistati in città alcuni consulenti internazionali, giunti appositamente per offrire assistenza tecnica. Curriculum solido: hanno lavorato sulla valle di Bamiyan nel marzo 2001, dove risolsero definitivamente un problema di iconografia inappropriata alto cinquantacinque metri. Sopralluogo, misurazioni, qualche perplessità professionale.
«Il frontone è basso», avrebbero osservato. «Da noi si lavorava su volumi ben più impegnativi». Poi, davanti alla richiesta di cancellare due parole dipinte su un intonaco, la domanda che ha gelato la delegazione locale: «Tutto qui?».
Sono ripartiti sconsolati. Da quelle parti la cancellazione della storia si pratica su scala monumentale, non a livello di scritta sopra il portone. Restano disponibili, comunque, per un preventivo.
L’uomo che si incatenò
Il momento clou della giornata è stato l’incatenamento del nipote del partigiano, Paolo Bianchini, ai cancelli dell’istituto. «Rimarrò qui incatenato finché non verrà cancellata», ha dichiarato all’ANSA. Dichiarazione impegnativa. La scritta, a distanza di settimane, è ancora lì; l’incatenato, per fortuna sua, no. Dopo le foto di rito a favore di telecamere tutto è rapidamente finito.
Le catene, ormai acquistate, non andranno però sprecate. Suggeriamo un museo delle cere della Tuscia, con diorama permanente dedicato all’episodio: il manichino ai cancelli, l’espressione severa, la troupe posizionata a distanza corretta e il timer che scandisce i minuti di resistenza. Ingresso gratuito per le scolaresche, che potranno così studiare dal vero il rapporto tra durata di una protesta e durata di un servizio del telegiornale.
Il dettaglio che nessuno ha letto
C’è poi la parte che nella foga è sfuggita a tutti. Metà della polemica ha riguardato una scritta, “Casa del Balilla”, che secondo gli storici su quel frontone non c’è mai stata. Il colore scuro immortalato nelle fotografie della protesta era un saggio di cantiere, non la finitura definitiva. I ponteggi erano ancora montati perché il restauro era, ed è, in corso.
Tradotto: si è manifestato contro una tinta di prova, citando un’iscrizione inesistente, davanti a un lavoro non finito. E il tutto finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè dai fondi Next Generation EU. Volendo essere coerenti, la ruspa andrebbe puntata anche su Bruxelles.
Il palazzo, intanto, è un bene culturale tutelato. La scuola porta il nome di un professore che insegnò lì storia e filosofia, scelse la Resistenza e finì fucilato a Forte Bravetta. Un uomo che, si sospetta, avrebbe saputo distinguere tra un edificio e un’idea, e che di camicie nere ne aveva viste di vere.
A differenza degli antifascisti del terzo millennio, che le vedono ovunque. Persino sotto un telo da cantiere.

