La famiglia attende ancora tossicologico e relazione autoptica. La Procura, secondo quanto appreso, aspetta l’elaborato del patologo per tirare le somme. Non sono emersi elementi per iscrivere qualcuno nel registro degli indagati
Viterbo – Il 7 agosto Benedetta Marino ha compiuto ventitré anni. La mattina dell’8 il suo corpo è stato trovato in una stanza all’ultimo piano di un fabbricato abbandonato dell’ex consorzio agrario di viale Francesco Baracca, alle porte del quartiere Santa Lucia.
La finestra di quella stanza è rotta e dà sulla strada. A dare l’allarme, con una chiamata al 112, è stato un amico che la stava cercando.
Un mese dopo, l’inchiesta si avvicina alla conclusione senza avere una risposta.
La Procura di Viterbo aveva aperto un fascicolo a carico di ignoti con le ipotesi di morte come conseguenza di altro reato e cessione di sostanze stupefacenti.

Il primo esame esterno non aveva evidenziato segni di morte violenta, e fin dalle prime ore l’indagine si è indirizzata su un’assunzione letale di alcol e sostanze. È l’ipotesi che, a oggi, resta la più accreditata. Ma resta un’ipotesi: la conferma può arrivare soltanto dagli esami tossicologici, i cui tempi si misurano in mesi.
Il legale della famiglia conferma che i Marino sono ancora in attesa sia del tossicologico sia della relazione autoptica completa. Secondo quanto appreso da fonti qualificate, è proprio l’elaborato del medico legale l’ultimo atto che la Procura sta aspettando per chiudere l’inchiesta. E allo stato non sarebbero emersi elementi tali da consentire l’iscrizione di alcuno nel registro degli indagati.

Il fronte investigativo più battuto, nelle settimane successive al ritrovamento, era stato proprio quello della provenienza delle sostanze. La squadra mobile ha ascoltato in questura i ragazzi che avevano partecipato alla festa nell’edificio dismesso, ha acquisito le versioni, ha cercato di stabilire chi fosse presente, a che ora fosse arrivato e a che ora se ne fosse andato. La scientifica ha repertato bottiglie e oggetti rimasti sul posto. Il compagno della giovane è stato interrogato.
Ma risalire a chi abbia materialmente ceduto la droga si è rivelato, almeno finora, impossibile. È il limite che quasi sempre blocca le inchieste di questo tipo: l’acquisto avviene per strada, senza intermediari stabili, senza tracce documentali, in luoghi dove il ricambio è continuo. A Viterbo, uno di questi luoghi è viale Trento. Ricostruire una singola cessione a distanza di settimane, senza un testimone disposto a indicare un volto e un nome, è un’operazione che riesce raramente.

Se l’inchiesta si chiuderà così, resterà agli atti un fascicolo contro ignoti destinato all’archiviazione. E resterà, per la famiglia, un vuoto che nessun documento colmerà: gli esami diranno cosa c’era nel sangue di Benedetta, non cosa è successo in quella stanza nelle ore in cui è morta.
Perché è questo il punto su cui la vicenda continua a inciampare. Benedetta non è morta da sola in casa propria. Ha festeggiato il compleanno in un magazzino abbandonato, con altre persone attorno. E il mattino dopo è stata trovata all’ultimo piano di quell’edificio, con la finestra rotta che guarda la strada, da un amico andato a cercarla.
Fra quel compleanno e quella telefonata al 112 c’è un intervallo di ore che nessuno, per ora, è stato in grado di raccontare per intero.
Lascia un bambino di quattro anni.
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