Le prime indiscrezioni sull’autopsia spostano l’attenzione dal capo al torace. Il nodo ora è il nesso causale: solo se l’emorragia sarà ricondotta alle percosse scatterà l’ipotesi di reato per la morte
Civitavecchia – Per giorni si è ragionato su un colpo alla testa. Sull’ipotesi, mai confermata ma plausibile, di un trauma cranico con effetti manifestatisi a distanza di ore — quel meccanismo per cui una persona appare lucida, viene dimessa, e poi peggiora all’improvviso.
Le prime indiscrezioni sull’esame autoptico eseguito ieri al Verano, raccolte da fonte attendibile, indicano però una direzione diversa: Paolo Sardoni sarebbe morto per una forte emorragia polmonare.
Non è ancora una conclusione. Il medico legale che ha eseguito l’esame dovrà stabilire con esattezza le cause del decesso, e il suo elaborato richiederà tempo: è quel documento, insieme agli accertamenti istologici e tossicologici, a fissare il quadro definitivo. Ma il dato, se confermato, sposta il baricentro dell’inchiesta dal capo al torace, e cambia le domande che gli investigatori devono porsi.
La sequenza
I fatti accertati restano quelli di sempre, ed è la loro compressione in poche ore a rendere il caso quello che è.
Sardoni, 43 anni, viene aggredito ai Mulini. Si reca all’ospedale San Paolo, dove viene medicato e dimesso. Poche ore dopo, nella notte, il suo corpo viene trovato su un muretto di via Sofia De Filippi Mariani, a poche centinaia di metri dal luogo del pestaggio.
Le indagini sono condotte dalla Polizia sotto il coordinamento del sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia, Medoro Aldi. Gli investigatori hanno acquisito la cartella clinica del passaggio al San Paolo, hanno esaminato le immagini delle telecamere della zona e ricostruito gli spostamenti dell’uomo dopo l’uscita dall’ospedale.
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L’aggressore c’è, l’indagato no
Il secondo elemento nuovo riguarda proprio l’aggressione. Le forze dell’ordine hanno individuato la persona che ha colpito Sardoni. Al momento, però, quella persona non risulta iscritta nel registro degli indagati.
La ragione è tecnica e sta tutta in un numero. Al pronto soccorso del San Paolo, Sardoni, era stato dimesso con una prognosi contenuta, inferiore alla soglia che rende le lesioni personali perseguibili d’ufficio. Sotto quel limite serve la querela della persona offesa perché un procedimento possa avviarsi: senza, la macchina giudiziaria non si mette in moto da sola. È una circostanza che oggi assume un peso amaro, perché la persona offesa non c’è più.
Da qui il passaggio decisivo. Se gli accertamenti medico-legali stabiliranno che l’emorragia polmonare è riconducibile alle percosse subite, il quadro cambia radicalmente: non si tratterebbe più di lesioni, ma di una morte causata da quell’aggressione, con un’ipotesi di reato di tutt’altra gravità a carico di chi ha colpito. Se invece il nesso non dovesse emergere, l’aggressione resterebbe un episodio a sé, con il regime di procedibilità che la legge prevede per quel tipo di lesioni.
Tutto, insomma, dipende da una perizia. Non da un testimone, non da un filmato: da una relazione medico-legale che dovrà dire se ciò che è successo ai Mulini abbia a che fare con ciò che è successo poche ore dopo su un muretto di via De Filippi Mariani.
Nel frattempo restano due cose che nessun accertamento tecnico potrà sistemare. Un uomo di 43 anni è stato picchiato, è andato in ospedale, ne è uscito con le sue gambe ed è morto poco dopo a poche centinaia di metri. E chi lo ha aggredito è stato identificato, ma per ora non deve rispondere di nulla.

