ROMA – Da oggi, lunedì 21 settembre, sono in vigore le nuove tariffe massime di rimborso per oltre 600 prestazioni sanitarie erogate per conto del Servizio Sanitario Nazionale.
Il cosiddetto “decreto tariffe”, approvato in Conferenza Stato-Regioni, aggiorna 448 prestazioni di specialistica ambulatoriale, visite ed esami diagnostici, e 222 codici del nomenclatore dell’assistenza protesica, su un totale di 1.063 voci. Per molti pazienti, quindi, si profila un possibile aumento per un impatto medio 5,8%.
Le tariffe stabilite dallo Stato fanno da base di rimborso per il SSN; l’effettivo importo del ticket a carico del cittadino varierà in base alle normative regionali, alle fasce di reddito e alle eventuali esenzioni.
Gli aumenti più significativi riguardano: l’agoaspirato della mammella (da 31,25 a 36,50 euro), la prima visita cardiologica con elettrocardiogramma (da 33,60 a 38 euro), la prima visita specialistica base, come quella endocrinologica, ginecologica o ortopedica (da 25 a 26 euro).
Non cambiano le tariffe dei principali esami di laboratorio, tra cui emocromo, glicemia, emoglobina glicata, colesterolo, trigliceridi, creatinina, TSH e VES
Uno scenario che l’associazione Codici critica duramente e che legge anche alla luce del quadro internazionale.
“Non possiamo ignorare – dichiara Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici– che questi rincari arrivano in un momento in cui i conflitti in corso nel mondo stanno mettendo sotto pressione l’intera catena dei costi che sostiene la sanità pubblica:dall’energia alle materie prime, fino ai dispositivi medici e ai presidi protesici, molti
dei quali dipendono da forniture internazionali soggette a rincari e instabilità. In questo contesto, il rischio è che le tensioni geopolitiche si scarichino, ancora una volta, sulle tasche dei cittadini e sulle famiglie che già faticano a far quadrare i conti. Un aumento delle tariffe non basta certo a compensare le difficoltà strutturali del Servizio Sanitario
Nazionale, che continua a mostrare crepe evidenti su liste d’attesa, carenza di personale e disomogeneità territoriale nell’accesso alle cure. Pagare di più non significa automaticamente curarsi meglio. In troppe Regioni le attese per una visita specialistica si misurano in mesi e chi non può aspettare è costretto a rivolgersi al privato, con una
spesa che si somma a quella pubblica. Chiediamo alle istituzioni di accompagnare ogni intervento sulle tariffe con investimenti reali su tempi di attesa, personale sanitario e prevenzione, e di tutelare la sanità pubblica dagli effetti indiretti dell’instabilità internazionale, perché altrimenti il rischio è che i cittadini paghino di più per un
servizio che, nei fatti, non riescono nemmeno a utilizzare”.
“Fortunatamente la maggior parte delle prestazioni più comuni resta invariata – aggiunge Giacomelli –. Inoltre, c’è da tenere in considerazione il tetto massimo di 36,15 euro per ricetta, che in alcuni casi attenua l’impatto reale sul cittadino, e il fatto che sono esclusi dall’aumento, come sempre, gli esenti per reddito, patologia, invalidità, disoccupazione, le donne in gravidanza e chi accede a programmi di screening.
Non si può, però, rimanere indifferenti però a questi incrementi, ad esempio pensando a quelli più marcati che riguardano diagnostica vascolare (+52,5%), biopsia (+16,8%), elettromiografia (+13,3%) e prelievi (+12,8%). Non è questa la strada da perseguire per migliorare il Servizio Sanitario Nazionale e per garantire ai cittadini una sanità efficace e tempestiva, soprattutto in un momento storico in cui le tensioni internazionali già gravano pesantemente sul costo della vita”.

