Santa Marinella – Il fantasma e la maschera. Ovvero: come si finisce per non capire nulla di una sconfitta

Tidei non si rassegna, Minghella già si smarca, Manuelli giura discontinuità ma incassa la benedizione del “vecchio padrone”. Il solito teatro, con i soliti attori, su un palco che credono ancora loro

SANTA MARINELLA – C’è un momento preciso in cui la politica smette di essere servizio e diventa patologia.

È il momento in cui chi ha perso non riesce nemmeno a stare zitto il tempo necessario per elaborare la sconfitta. È il momento in cui il voto del popolo — quella cosa sacra che tutti citano a convenienza — viene letto come un malinteso, un errore del corpo elettorale, un disguido da correggere al più presto. Pietro Tidei, ex sindaco di Santa Marinella, ottantadue anni portati con l’energia irritante di chi non ha ancora deciso se ritirarsi o rilanciarsi, è arrivato a quel momento. E ce lo ha fatto sapere.

Centonovantanove voti di preferenza. Non è un risultato da buttare, in assoluto. Ma è una cifra che racconta tutto: quinto assoluto nella graduatoria delle preferenze personali, eppure centinaia di lunghezze dietro a candidati che, sulla carta, lui non avrebbe dovuto nemmeno conoscere per nome.

Persone meno famose, meno esposte, prive della sua storia, del suo cursus honorum, della sua rete di relazioni costruita in decenni di gestione del potere locale. Eppure più votate. Eppure più radicate nel tessuto vivo di una città che, evidentemente, ha smesso di riconoscersi in lui.

La città ha scelto il cambiamento.” Parole di Emanuele Minghella, il delfino che si smarca. Parole giuste, pronunciate da chi forse le capisce meno di tutti.

La coalizione a sostegno del “suo” candidato, Emanuele Minghella — il fido braccio destro, l’erede designato, il figlio politico allevato con cura — è arrivata terza. Fuori dal ballottaggio. Fuori dal consesso comunale. Una débâcle che, in un Paese dove la politica funzionasse, si tradurrebbe in silenzio, riflessione, magari una lettera aperta ai propri elettori. Invece no. Invece emerge la minaccia sottile ma chiarissima: resterò in campo. Tornerò. Ho ancora cose da dire, da fare, da dirigere.

Il rito dello scaricabarile

Nel post-voto, tra Tidei e Minghella si è consumata una scena che chiunque abbia frequentato la politica locale italiana conosce a memoria. Il rimbalzo delle responsabilità. La colpa delle alleanze. Il “se solo avessimo fatto diversamente“. È il rito più antico della sconfitta mal digerita: trovare un motivo esterno, un errore procedurale, un’incomprensione tattica, qualcosa — qualsiasi cosa — che non sia la sostanza. Che non sia il riconoscimento semplice e onesto che forse la città non vuole più quella classe dirigente, quella gestione, quella visione del potere.

Ma c’è qualcosa di ancora più significativo in quello che è emerso in queste ore concitate di post-elezioni: lo sfogo di Minghella, che definisce quella di Tideila fine di un’era” e rivendica per sé la lettura del cambiamento, si intreccia in modo inestricabile con le parole del vecchio maestro, che — udite udite — non perde occasione per ribadire il proprio sostegno ad Alessio Manuelli. Quello stesso Manuelli che si è costruito per mesi un’immagine di outsider, di uomo nuovo, di rottura col passato (sulla carta).

Quando il principale protagonista del vecchio sistema indica pubblicamente il suo erede, parlare ancora di “discontinuità” diventa un insulto all’intelligenza degli elettori.

Incrociando le dichiarazioni, emerge un quadro di una chiarezza quasi commovente nella sua sfacciataggine: Tidei sostiene Manuelli, Manuelli finge di non raccoglie la benedizione di Tidei; Manuelli ha lavorato per anni dentro la stessa esperienza amministrativa che ora dice di voler superare, con lui Gino Vinaccia e Bruno Ricci — due figure che di quella stagione sono stati elementi strutturali. La discontinuità è un’etichetta incollata sopra una bottiglia che contiene il vino di sempre.

L’outsider che non lo era

Per mesi, Alessio Manuelli ha raccontato ai cittadini di Santa Marinella e Santa Severa una storia. Una bella storia, ben confezionata, emotivamente efficace. La storia del cambiamento. Del nuovo che avanza. Della pagina bianca su cui riscrivere il futuro della città, lontano dalle logiche opache, dalle gestioni verticistiche, dai favori e dai contraccambi del vecchio sistema. È la narrazione che funziona sempre, in ogni elezione, in ogni latitudine politica: mi dissocio dal passato, rappresento il futuro, sono diverso da loro.

Il problema è che “loro” — quelli da cui ci si vuole dissociare — continuano a indicarti come il proprio punto di continuità. E che la tua esperienza politica si è formata esattamente dentro quella stagione che ora chiami passato. E che le persone con cui hai costruito la tua proposta sono le stesse che di quella stagione sono state parte integrante. A un certo punto, la narrazione entra in cortocircuito con la realtà. E la realtà, testarda come sempre, emerge.

Non si tratta di demonizzare Manuelli. Si tratta di essere onesti: la sua candidatura non nasce nel vuoto, non emerge da una rottura reale, non rappresenta una discontinuità verificabile. Nasce dentro, e non fuori, il perimetro politico definito da Tidei. Il vecchio sindaco che lo benedice pubblicamente non è un dettaglio: è la didascalia dell’intera vicenda.

Ottant’anni e non sentirli (peccato)

Ma torniamo a Tidei, perché la sua figura merita uno spazio di analisi separata. Parliamo di un uomo che ha costruito decenni di carriera politica, che ha governato Santa Marinella con metodi e stili che hanno lasciato tracce profonde — nel bene e nel male, come ogni lunga stagione di governo. Ha costruito una rete, ha coltivato alleanze, ha modellato le istituzioni locali secondo la propria visione. È la storia di una classe dirigente della Prima e poi della Seconda Repubblica: longeva, radicata, convinta di essere insostituibile.

Ora ha più di ottant’anni, ha appena subito una sconfitta netta, il suo delfino si smarca pubblicamente, la sua lista è fuori dal consiglio comunale. In molti paesi, in molte democrazie mature, questo sarebbe il momento della trasmissione del testimone, del passo indietro dignitoso, della memoria consegnata ai posteri. Invece no. Invece riecheggiano voci di un possibile ritorno sulla scena, magari a Civitavecchia, la città più grande della costa laziale a nord di Roma, dove il vecchio network potrebbe ancora trovare sponda e magari riprovare a fare il sindaco prima del buen retiro.

C’è qualcosa di quasi tragico nella figura del politico che non riesce a smettere. Non perché la politica sia sbagliata, ma perché quella politica — quella specifica, personalistica, patrimoniale — è esattamente ciò da cui i cittadini chiedono di essere liberati.

Non è una questione anagrafica, beninteso. L’età non è un difetto, e la saggezza dell’esperienza ha un valore che non va sminuito. Il problema non è quanti anni ha Tidei: il problema è il sistema che rappresenta, il modo in cui ha concepito il potere — come proprietà personale, come feudo da trasmettere al designato, come spazio da occupare indefinitamente perché nessun altro è all’altezza. Quel sistema ha una data di scadenza. E quella data, a Santa Marinella, sembra essere arrivata.

Tidei quasi 200 voti, Baciu quasi 500

La sconfitta che non si capisce

Il nodo centrale di tutta questa vicenda è uno solo: la difficoltà — la vera, radicale, quasi clinica difficoltà — di comprendere una sconfitta elettorale quando si è stati abituati a vincere, a gestire, a controllare. La sconfitta, per chi ha costruito un sistema di potere personale, non viene mai letta come un segnale del corpo elettorale. Viene letta come un errore: degli alleati che non hanno fatto la loro parte, delle circostanze sfavorevoli, dell’ingratitudine altrui.

Tidei non ha capito la sconfitta. Minghella, che pure ha pronunciato parole giuste — “la città ha scelto il cambiamento“, “la fine di un’era” — non l’ha capita neanche lui, perché subito dopo è tornato a rivendicare vicinanza, appartenenza, alleanze trasversali con quello stesso Manuelli che dice di aver voltato pagina. Le parole del cambiamento pronunciate da chi il cambiamento non sa neanche immaginarlo: questo è il ritratto politico di questi giorni a Santa Marinella.

E nel mezzo di tutto questo, c’è una città che tra meno di quindici giorni andrà di nuovo alle urne per il ballottaggio. Una città che ha già espresso, al primo turno, una preferenza chiara per chi rappresenta qualcosa di diverso, di nuovo, di non ancora compromesso con i vecchi equilibri. Una città che merita una classe dirigente capace di ascoltare quella voce senza immediatamente cercare il modo per aggirarla, neutralizzarla, reintegrarla dentro le logiche consuete.

Il vero cambiamento ha un nome

Damiano Gasparri ha costruito qualcosa di diverso. Ha messo insieme una coalizione coesa, ha delineato un orizzonte programmatico riconoscibile, ha parlato agli elettori senza cercare la benedizione dei potentati locali. Ha vinto il primo turno con la forza di chi non ha bisogno di eredità politiche per legittimarsi: si legittima con i voti, con le idee, con la capacità di costruire consenso dal basso senza dover ricorrere ai favori incrociati e alle geometrie variabili del vecchio sistema.

La differenza tra Gasparri e Manuelli non è ideologica, non è programmatica, non è nemmeno di stile personale. La differenza è genealogica: da dove vieni, da chi sei sostenuto, dentro quale sistema sei cresciuto. Quando Pietro Tidei indica pubblicamente in Manuelli il punto di continuità della sua esperienza di governo, sta facendo la cosa più onesta che abbia fatto in tutta questa campagna elettorale. Sta dicendo la verità: votatelo, è uno di noi. Non è una raccomandazione: è una confessione.

Gasparri non ha quella genealogia. Non arriva da quel sistema, non porta quei pesi, non ha quei debiti. Rappresenta la rottura reale — quella verificabile nei fatti, nei percorsi, nelle persone, nelle appartenenze — rispetto alla stagione appena conclusa. In un ballottaggio che si annuncia serrato, questa differenza potrebbe essere decisiva. Non perché la città abbia paura del passato: ma perché ha imparato a riconoscerlo anche quando indossa abiti nuovi.

Il cambiamento non è un’etichetta. È una storia, una genealogia, un’appartenenza. E si riconosce da chi ti sostiene, non da quello che dici di te stesso.

Santa Marinella ha di fronte a sé una scelta concreta: scegliere chi del cambiamento ha fatto una parola d’ordine senza cambiare nulla di sostanziale, oppure scegliere chi quel cambiamento lo rappresenta nella struttura stessa della propria candidatura. Non è una scelta facile — le storie personali, le simpatie, le reti di conoscenze locali pesano sempre nei piccoli comuni. Ma è una scelta chiara. E la chiarezza, in politica, è già un lusso che non sempre ci si può permettere.

Per Tidei, invece, resta un invito — rispettoso ma fermo — alla riflessione. Le città non sono proprietà. I voti non sono un diritto acquisito. Il potere non si eredita e non si trasmette per designazione personale. Se c’è una lezione che questi risultati consegnano, è questa: la stagione del potere personalistico, del feudo amministrativo, della politica come prolungamento della propria biografia, ha fatto il suo tempo. Anche a Santa Marinella. Anche per lui. Forse — ma solo forse — è il momento di ascoltarla davvero, questa lezione. Prima che sia la storia a farlo al posto suo.