Se il Pd è la lista più votata, il centrodestra mantiene la maggioranza in Consiglio con sette seggi su dodici. Un risultato costruito da Mauro Rotelli, al ritorno di Giulio Marini e alla crescita dell’area di Luisa Ciambella
VITERBO – L’esito del voto per il rinnovo del Consiglio provinciale ha emesso verdetti per molti versi inattesi.
Il Partito Democratico ha vinto nettamente la sfida numerica, ma partiva da una posizione di indubbio vantaggio. Controlla infatti realtà importanti come Tarquinia e Civita Castellana, dove il peso dei voti ponderati risulta determinante, e può contare sul maggior numero di sindaci e consiglieri comunali distribuiti nei sessanta comuni della provincia. Se fosse riuscito a coinvolgere anche gli alleati di Alleanza Verdi e Sinistra, probabilmente avrebbe ottenuto un risultato ancora più ampio.
L’altra faccia della medaglia, però, racconta una storia diversa. Il partito di Elly Schlein continua a occupare sempre più spazio nel campo del centrosinistra, fagocitando progressivamente gli alleati. Il Movimento 5 Stelle, in particolare, rischia di seguire il percorso già intrapreso dalla Lega, scivolando lentamente ai margini della geografia politica provinciale.
I numeri parlano chiaro. Se da una parte lo stratega Enrico Panunzi può festeggiare un risultato pieno, dall’altra il centrodestra raccoglie i frutti della linea politica tracciata dall’onorevole Mauro Rotelli, che ha puntato sulla ricerca di un equilibrio tra le varie anime della coalizione. Una scelta che ha premiato sia in termini di seggi conquistati (tre consiglieri eletti per Fratelli d’Italia) sia nella capacità di riportare al centro della scena amministratori e dirigenti che negli ultimi anni erano stati progressivamente emarginati.
Tra questi spiccano due figure. La prima è senza dubbio quella di Giulio Marini, che con un solo voto ponderato di vantaggio ha contribuito a mettere in crisi gli equilibri interni di Forza Italia, relegando il partito a un ruolo sempre più marginale nello scenario provinciale.
La seconda è Luisa Ciambella che, grazie alla sua rete civica e al rapporto consolidato con il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, è riuscita a centrare un obiettivo inseguito da tempo, eleggendo un proprio rappresentante e consolidando una presenza diffusa tra gli amministratori della Tuscia.
Chi esce invece pesantemente ridimensionato da questa tornata è Alessandro Romoli. Forte della scelta di correre in sostanziale autonomia, il presidente della Provincia si ritrova oggi con un risultato che molti, all’interno dello stesso centrodestra, leggono come una sconfitta politica. Forza Italia esce dalle provinciali con un solo consigliere eletto direttamente sotto il proprio simbolo: il sindaco di Bolsena Andrea Di Sorte.
Di Sorte ha costruito il proprio successo principalmente sul consenso personale e su una lunga militanza all’interno del partito. Diverso il destino di Francesco Ciarlanti, candidato sostenuto dai vertici azzurri e dallo stesso Romoli, che non è riuscito a conquistare il seggio.
Fuori dal Consiglio resta anche l’ex presidente della Provincia Pietro Nocchi. In questo caso, secondo molti osservatori, il Partito Democratico avrebbe scelto di concentrare il sostegno su altri candidati, lasciando l’ex presidente senza la necessaria copertura politica.
Analizzando il voto emerge con evidenza un dato: la scelta di Forza Italia e di Romoli di assumere, a livello locale, posizioni sempre più vicine al centrosinistra non sembra aver prodotto i risultati sperati. Al contrario, il partito continua a perdere terreno nei territori. Un fenomeno che, secondo i critici della dirigenza provinciale, trova conferma non solo nella Tuscia ma anche in realtà vicine come Civitavecchia e Santa Marinella.
Per invertire la rotta, sostengono i malumori interni, servirebbe una profonda riflessione sulla leadership provinciale. E in molti indicano proprio in Alessandro Romoli il primo chiamato a fare un passo indietro. Un’ipotesi che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata impensabile ma che oggi, dopo il risultato delle provinciali, torna con forza nei corridoi della politica viterbese.
L’amaro calice è toccato anche al giovane Andrea Micci. La Lega non è riuscita a mobilitare il consenso sperato e il risultato finale si è rivelato inferiore alle aspettative. Anche in questo caso appare inevitabile un confronto interno per capire come arrestare una perdita di consenso che, elezione dopo elezione, continua a manifestarsi con crescente evidenza.

