Le voci di corridoio sottolineano come l’alleanza Frontini-Romoli non guardi in faccia a nessuno. Un gioco al cannibalismo politico che sottolinea un fuoco amico continuo, ormai tipico degli azzurri della Tuscia
VITERBO – Nella Formula 1 la memoria collettiva conserva episodi che diventano più che semplici gesti sportivi: diventano metafore politiche. Come accadde a Spielberg nel 2002, quando Rubens Barrichello fu invitato a cedere la posizione a Michael Schumacher. Un ordine di scuderia che fece storia non tanto per la manovra in sé, quanto per ciò che rivelava sugli equilibri interni del potere e sulla gestione delle gerarchie.
È difficile non richiamare quella immagine osservando ciò che sta accadendo nella politica viterbese dopo le elezioni provinciali. Un sistema che, al di là del singolo seggio, ha riportato al centro il tema vero: la fragilità degli equilibri e il prezzo politico degli accordi.
Nel cuore di questa dinamica si colloca la gestione del presidente della Provincia Alessandro Romoli, che negli ultimi anni ha costruito una linea politica fondata su alleanze trasversali e su una maggioranza ampia che ha coinvolto Forza Italia, area civica e Partito Democratico, oltre alla componente legata alla sindaca Chiara Frontini.
Una strategia che ha garantito continuità amministrativa e controllo dell’ente, ma che nel tempo ha prodotto un effetto sempre più evidente: una progressiva disarticolazione del centrodestra territoriale, sempre meno riconoscibile come blocco politico unitario e sempre più come somma di equilibri contingenti.
Non è un caso che, già in passaggi politici precedenti, questa impostazione sia stata letta come una scelta di campo capace di spostare l’asse delle alleanze oltre la tradizionale perimetrazione del centrodestra, alimentando tensioni e distinguo che oggi riemergono con forza proprio nelle dinamiche provinciali.
Le elezioni hanno semplicemente reso visibile ciò che era già strutturale: un sistema in cui la tenuta degli accordi dipende da un equilibrio numerico estremamente fragile, dove un singolo voto disallineato può alterare la distribuzione dei seggi e riaprire trattative politiche immediate.
In questo contesto si inserisce la vicenda di Maria Rita De Alexandris, che assume sempre più i contorni di un “Barrichello politico”: una figura eletta all’interno di un perimetro di alleanza, ma oggi al centro di un possibile passo indietro che viene letto come funzionale alla tenuta complessiva dell’accordo tra civici e Forza Italia.
Non è la dimensione personale a essere in discussione, quanto il meccanismo politico che si ripete: la necessità di sacrifici individuali per mantenere in equilibrio un sistema che, senza correzioni continue, rischierebbe di incrinarsi.
Il punto politico più rilevante, però, non riguarda il singolo episodio, ma la traiettoria complessiva. La linea impostata da Romoli ha permesso di mantenere stabilità amministrativa e controllo dell’ente provinciale, ma ha anche reso sempre più difficile leggere il centrodestra viterbese come una coalizione coerente e unitaria.
Il risultato è un paradosso ormai evidente: da un lato la solidità istituzionale, dall’altro una frammentazione politica che si manifesta a ogni passaggio elettorale o decisionale, con dinamiche interne sempre più condizionate dalla gestione degli equilibri più che da una visione comune.
La vicenda delle provinciali non è quindi un episodio isolato, ma un ulteriore segnale di un sistema politico che vive di mediazioni continue, dove ogni scelta è al tempo stesso soluzione e fonte di nuove tensioni.
E in questo quadro il rischio più evidente non è soltanto la gestione di un singolo caso o la redistribuzione di un seggio, ma la progressiva erosione della coesione del centrodestra territoriale, che da alternativa politica strutturata rischia di trasformarsi in una somma di accordi tattici sempre più instabili.
Dentro questa dinamica si inserisce anche un elemento più sottile, ma politicamente decisivo: la percezione. Perché quando la tenuta degli equilibri passa attraverso rinunce individuali e aggiustamenti continui, il rischio è che la politica venga letta non come progetto, ma come scambio permanente.
Ed è qui che il vecchio adagio “Parigi val bene una messa” mostra tutti i suoi limiti nel presente. Quella logica di sacrificio dell’eccezione in nome di un obiettivo superiore, se applicata con sistematicità, finisce per logorare proprio ciò che dovrebbe preservare: la credibilità.
Soprattutto quando a pagare il prezzo non sono figure marginali, ma amministratori e volti percepiti come estranei alle logiche di scontro, riconosciuti piuttosto per equilibrio e affidabilità personale. È su questo piano che la politica locale rischia di perdere una parte del suo capitale più delicato: la fiducia.
E la politica viterbese, in questo senso, entra in una fase in cui le conseguenze non si misurano solo negli assetti interni, ma anche fuori dal palazzo. Perché gli elettori osservano, registrano e soprattutto ricordano. E ciò che oggi viene giustificato come necessità di tenuta delle alleanze potrebbe diventare, domani, uno dei temi con cui si tornerà alle urne nelle amministrative di Viterbo.
Non per una singola vicenda, ma per la somma di tutte le scelte che, nel tempo, hanno ridefinito il confine tra equilibrio politico e convenienza tattica.
E quando quel confine si assottiglia troppo, il problema non è più chi governa. È chi, dall’altra parte, decide di non riconoscersi più in quel modo di governare.

