TIVOLI – Un fulmine caduto di notte, un luogo trasformato in spazio sacro e una divinità quasi dimenticata della religione romana. È da questa singolare combinazione che arriva una delle scoperte più interessanti emerse dalle recenti indagini archeologiche a Villa Adriana, dove gli studiosi hanno riportato alla luce un’iscrizione dedicata a Summano, il dio al quale gli antichi Romani attribuivano i fulmini notturni.
La scoperta è avvenuta nell’area dell’Anfiteatro, durante le attività di ricerca condotte dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, nell’ambito di una concessione del Ministero della Cultura e in collaborazione con l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este.
A rendere particolarmente prezioso il ritrovamento non è soltanto l’iscrizione, ma il fatto che la lastra sia stata trovata nel suo contesto originario, ancora inserita nella struttura alla quale apparteneva. Un elemento che permette agli archeologi di andare oltre la semplice lettura di un testo e di provare a ricostruire la funzione dell’intero complesso.
Gli scavi hanno infatti portato alla luce una piccola struttura quadrangolare realizzata con elementi di tufo legati da malta. Sul fronte era inserita una lastra di marmo di circa 40 per 35 centimetri. Poche lettere, ma dal significato straordinario: FVLGVR SVBMANIVM, il riferimento al fulgur submanium, il fulmine notturno attribuito a Summano.
Per comprendere il valore della scoperta bisogna entrare nella mentalità religiosa dell’antica Roma. Un fulmine non era considerato un semplice fenomeno atmosferico. La sua caduta poteva essere interpretata come una manifestazione della volontà divina e il luogo colpito diventava religiosus, cioè sottratto all’uso ordinario e consacrato dall’intervento della divinità.
La folgore lasciava quindi una traccia che doveva essere trattata secondo precise procedure rituali. I resti materiali prodotti dal fulmine venivano raccolti e sepolti nel terreno attraverso riti, formule e sacrifici. Da questa pratica deriva l’espressione latina fulgur conditum, letteralmente il “fulmine sepolto”.
È proprio questo elemento a rendere particolarmente suggestivo il ritrovamento di Villa Adriana. La struttura scoperta potrebbe infatti essere collegata alla sacralizzazione di un punto colpito dalla folgore e rappresentare il segnacolo o la delimitazione di un bidental, lo spazio sacro associato a questo particolare evento.
In altre parole, tra le monumentali architetture della villa imperiale potrebbe essere riaffiorata una testimonianza di una dimensione molto più intima e quotidiana della religiosità romana: il tentativo di dare un significato divino a un fenomeno naturale e di intervenire sul luogo colpito attraverso un preciso rituale.
«Questa scoperta – ha spiegato il direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, Alberto Samonà – sposta l’attenzione dalle grandi architetture alla sfera più intima della religiosità romana. Ritrovare il segno materiale della sacralizzazione di un luogo colpito da un fulmine ci permette di toccare con mano le meticolose procedure rituali del tempo».
L’iscrizione dedicata al fulgur submanium aggiunge così un nuovo tassello alla conoscenza di Villa Adriana e, soprattutto, permette di osservare il sito da una prospettiva diversa da quella delle sue celebri architetture. Accanto agli spazi monumentali della residenza imperiale emerge infatti la dimensione religiosa, fatta di credenze, prescrizioni e rituali che regolavano anche il rapporto tra gli uomini e gli eventi apparentemente inspiegabili della natura.
È proprio questa capacità di conservare insieme la grande storia e le sue tracce più minute a rendere ancora oggi Villa Adriana un luogo archeologico eccezionale: sotto le sue strutture monumentali continuano a emergere frammenti capaci di raccontare non soltanto come vivevano i Romani, ma anche come guardavano il cielo e interpretavano ciò che dal cielo cadeva sulla terra.

