Parla un’imprenditrice di una delle attività che si affacciano sul Sacrario, cuore del centro storico. Uno sfogo che riflette i sentimenti di molte persone che, tuttavia, non credono che una soluzione arriverà molto presto
VITERBO – Un centro storico sempre più ostaggio di sbandati e tossicodipendenti, dove alzare la serranda ogni mattina si trasforma in una trincea quotidiana. L’ennesimo, drammatico grido d’allarme arriva dalla zona del Sacrario, nel cuore di Viterbo, affidato a un duro sfogo social della titolare di un’attività commerciale del quartiere (nella storica area dell’ex Macello). Una testimonianza che racconta una serata da incubo, culminata con i gestori e i clienti costretti a chiudersi dentro il negozio per oltre un’ora, mentre all’esterno andava in scena il consueto campionario di violenza e abbandono.
«Scrivo queste righe con il cuore pesante, delusione e una rabbia difficile da contenere — esordisce l’imprenditrice definendo il fare impresa in quella zona un “inutile atto di eroismo” —. Tenere aperto ogni giorno richiede sacrifici, passione e lavoro duro. Purtroppo, però, quello che accade fuori dalla nostra porta sta rendendo tutto questo impossibile. È da più di un anno che chiedo continuamente alle istituzioni un po’ più di attenzione, più controlli e un’illuminazione adeguata nello spazio davanti al locale, proprio per evitare che diventi terra di nessuno. Promesse e silenzio».
Il punto di rottura è stato raggiunto nella serata di ieri, quando la situazione è letteralmente degenerata. «Ieri sera non abbiamo assistito solo al solito degrado: abbiamo toccato con mano il completo fallimento del sistema — racconta la commerciante —. Tossici e ubriachi marci stazionati sulle nostre panchine, molestie ai clienti, aggressioni verbali, fino ad arrivare a siringhe lasciate per terra, un imbuto e chiazze di sangue sul marciapiede proprio davanti all’ingresso del locale».
Un quadro allarmante che ha reso necessario l’intervento delle pattuglie, il cui esito ha però lasciato l’amaro in bocca a chi si trovava all’interno dell’attività. «Quando finalmente sono arrivate le forze dell’ordine, speravamo che la situazione venisse risolta e che ci venisse restituito il diritto di lavorare e vivere in pace. Invece, cosa è successo? Siamo stati costretti noi a rimanere barricati dentro al nostro stesso locale per oltre un’ora — prosegue lo sfogo —. Abbiamo dovuto assistere alla scena surrealmente assurda delle forze dell’ordine che aspettavano che queste persone finissero di mangiare. Ci hanno detto di rimanere dentro il locale per “evitare ulteriori discussioni”… mah!».
Alla rabbia per l’assenza di tutele si è aggiunto lo sconcerto per il comportamento di chi, anziché isolare il fenomeno, finisce per assecondarlo: «Mentre io cercavo di difendere la mia attività, i miei clienti e la sicurezza di tutti, assistevo persino all’assurdità di chi, vivendo al piano di sopra, portava cibo e da mangiare a chi stava distruggendo la tranquillità del quartiere e minacciando la mia incolumità. Questo non è “buonismo” o solidarietà: questo è alimentare una situazione che sta distruggendo la vivibilità della nostra via e il lavoro di chi cerca di mandare avanti un’attività onesta».
La riflessione finale dell’esercente suona come un ultimatum per il futuro dell’intero quadrante urbano: «È questo il messaggio? Chi rispetta le regole, chi paga le tasse e chi lavora onestamente deve rinchiudersi dentro, mentre chi spaccia, si droga, sporca di sangue le strade e aggredisce la gente padroneggia la via senza che nessuno muova un dito? Senza tutela non si può lavorare. Io non posso e non voglio abituarmi alla violenza, all’insicurezza e al degrado. Se le istituzioni e la comunità non faranno la loro parte per garantire la sicurezza e l’igiene pubblica, l’unica conseguenza sarà la chiusura definitiva delle attività sane e la consegna totale delle nostre strade allo sfascio. Spero che questo mio grido d’allarme serva a svegliare le coscienze di tutti: dalle autorità a chi vive in questo quartiere. Ma servirà?».

