Proseguono gli incontri relativi agli approfonditi studi in corso nell’area del Colle del Duomo. Presto saggi di scavi permetteranno di approfondire, ulteriormente, la storia di un quartiere intero scomparso per volontà della Chiesa
VITERBO – Esiste la Viterbo delle leggende, quella nata dalla clava di Ercole e celebrata dalle geniali intuizioni rinascimentali, ed esiste la Viterbo storica, sepolta sotto i prati del Colle del Duomo, non meno epica e affascinante. Un confine sottile tra mito e archeologia che è stato esplorato mercoledì al Cedido, durante il partecipato incontro del ciclo Itinera 2. A svelare le ultime scoperte di questo ambizioso progetto di ricerca – promosso dalla Diocesi di Viterbo e portato avanti dall’Università della Tuscia in stretta collaborazione con la società Archeoares – sono stati Giuseppe Romagnoli, docente di Archeologia Medievale presso l’Unitus, e l’archeologo e dottorando Gianpaolo Serone.
A differenza delle vicine Sutri o Tuscania, Viterbo non vanta origini di età classica: il suo sviluppo urbano decolla “solo” all’inizio del Medioevo. Fu proprio per colmare questa giovinezza anagrafica che gli eruditi del Quattrocento, su tutti il frate Annio da Viterbo, sentirono il bisogno di dotare la città di un passato illustre e mitologico. Nacquero così l’acronimo etrusco FAVL e il legame con Ercole, supportati da reperti sapientemente assemblati per l’occasione. Non si trattò di una banale finzione, ma di un’operazione culturale affascinante e raffinata, necessaria per conferire a Viterbo un prestigio pari a quello delle antiche capitali.
Ma la storia reale, rintracciabile nei documenti e negli scavi, è un racconto altrettanto epico. Viterbo nasce come Castrum tra l’VIII e il IX secolo: un avamposto nevralgico posto esattamente sul delicato confine che divideva i domini longobardi da quelli bizantini. Al suo interno ospitava già pievi, una curtis regia e abitazioni a più piani. Oggi, gran parte di quel nucleo originario è invisibile, cancellato da drastiche trasformazioni urbanistiche. Sotto l’attuale Giardino Vescovile riposa infatti un intero quartiere medievale: prima fu flagellato dalle lotte intestine di metà Duecento (il partito guelfo vi mozzò o abbatté ben sedici torri), e poi fu definitivamente raso al suolo nel Quattrocento dal vescovo Sèttala, che fece abbattere le ultime abitazioni per realizzare il proprio giardino privato.
Con l’elevazione a sede episcopale, il paesaggio del colle mutò ancora: la Cattedrale e il Palazzo dei Papi si espansero fagocitando le strutture precedenti, tra cui l’antico ospedale di San Lorenzo. Lo stesso campanile del Duomo, leggermente disallineato rispetto alla facciata, tradisce un passato diverso: secondo gli studiosi si tratterebbe infatti di un’antica torre militare di guardia riadattata. Per decodificare questa topografia scomparsa, l’archeologo Serone ha utilizzato una vera “macchina del tempo”: il Catasto Gregoriano del 1835. Sovrapponendo al centimetro le antiche mappe pontificie a quelle odierne, è emersa un’insospettabile Viterbo ottocentesca, fatta di estese coltivazioni di vitigni nel cuore del Colle, pascoli urbani e un’altissima densità di chiese. In un’area ristrettissima se ne contavano ben nove, decimate nel tempo dai bombardamenti alleati del 1944 (come S. Lucia e S. Giuseppe) e dall’urbanizzazione successiva.
Le prospezioni geofisiche hanno già “visto” sotto terra le antiche strade sepolte. Ora non resta che attendere i nuovi scavi universitari programmati per questo autunno: la Viterbo medievale è pronta a riemergere, per raccontare finalmente la sua vera, straordinaria storia.


