Roma affoga nei rifiuti sotto la pioggia, ma qualcosa si muove: al via il termovalorizzatore di Santa Palomba e stop ai ricorsi strumentali nel Lazio

L’eterno paradosso della Capitale: tra grandi opere future e melma presente. Intanto la Frales vince l’ennesimo e strumentale ricorso sulla discarica di Aprilia

Roma si risveglia per l’ennesima volta sotto una coltre di pioggia battente e, puntuale come un rintocco d’orologio, si ripresenta l’atavica crisi della raccolta dei rifiuti.

Le forti precipitazioni degli ultimi giorni non hanno fatto altro che esasperare una situazione strutturalmente fragile, trasformando le strade della Capitale in uno scenario desolante. Il contrasto che si respira in queste ore è quasi paradossale: da un lato la politica e i grandi attori industriali celebrano passaggi storici per il futuro della gestione ambientale romana; dall’altro, i cittadini si trovano a fare i conti con la cruda, maleodorante e bagnata realtà del presente.

Mentre venerdì 15 maggio 2026 il Sindaco di Roma Roberto Gualtieri e l’Amministratore Delegato di ACEA Fabrizio Palermo inauguravano ufficialmente il cantiere del nuovo termovalorizzatore a Santa Palomba, i romani camminavano infatti a passo svelto sui marciapiedi per evitare le pozzanghere e i miasmi sprigionati dai cassonetti strabordanti. Una dicotomia perfetta tra una promessa industriale a lungo termine e un’efficienza quotidiana che continua a latitare in modo drammatico.

I cassonetti dell’ira: l’incubo olfattivo della spazzatura indifferenziata

L’effetto delle abbondanti piogge recenti sui cumuli di immondizia abbandonati è stato devastante. L’acqua ha inzuppato i sacchetti accumulati fuori dai contenitori, accelerando i processi di decomposizione e sprigionando un odore acre che ammorba interi quartieri, dal centro storico alle periferie più profonde. Il vero fulcro del malcontento risiede però nella totale anarchia del conferimento, esasperata dai ritardi nei ritiri. I cassonetti sono letteralmente presi d’assalto e costretti a rigurgitare montagne di rifiuti ammassati senza alcun criterio protocollare.

I cittadini, ormai rassegnati o esasperati dalle pile che precludono il passaggio pedonale, gettano i propri scarti dove capita.

Umido, vetro, alluminio, plastica e indifferenziato si fondono in un unico ammasso indistinto. La raccolta differenziata, fiore all’occhiello di ogni narrazione ecologica contemporanea, si arena di fronte alla saturazione dei cassonetti: quando il contenitore dell’indifferenziata è pieno, il sacchetto finisce in quello della carta o del vetro, vanificando gli sforzi di chi ancora prova a seguire le regole dell’economia circolare.

Un disastro non solo visivo e olfattivo, ma anche ambientale, che rischia di gravare ulteriormente sui costi di trattamento e sulle tasche dei contribuenti tramite la TARI.

Santa Palomba: la prima pietra di una svolta attesa per il 2029

In questo panorama a tinte fosche, l’avvio formale dei lavori a Santa Palomba rappresenta indubbiamente una svolta epocale per la pianificazione del ciclo dei rifiuti a Roma. L’impianto, che sarà realizzato dalla società veicolo RenewRome con un investimento complessivo che tocca il miliardo di euro, promette di mettere definitivamente la parola fine alla dipendenza della Capitale dalle discariche e dai costosi trasferimenti di spazzatura verso altre regioni italiane o all’estero.

I dettagli del progetto, presentati in pompa magna dai vertici di ACEA e del Campidoglio, parlano chiaro:

  • Capacità di trattamento: L’infrastruttura sarà in grado di trattare 600.000 tonnellate all’anno di rifiuti indifferenziati e residui non riciclabili.

  • Impatto energetico: Produrrà energia elettrica e termica pari a 65 MW complessivi, capaci di soddisfare il fabbisogno di circa 200.000 famiglie.

  • Sostenibilità e logistica: I fumi saranno trattati con tecnologie di ultima generazione per garantire emissioni di CO2 nettamente inferiori rispetto ai canoni attuali. Inoltre, la spazzatura viaggerà prevalentemente su rotaia grazie a un accordo con il Gruppo Ferrovie dello Stato, sfruttando le ore notturne per raggiungere il polo intermodale di Santa Palomba.

Tuttavia, c’è un risvolto della medaglia con cui i romani devono fare i conti: il cronoprogramma prevede che il primo carico di rifiuti entri nel termovalorizzatore tra settembre e novembre del 2029. Significa che la città ha davanti a sé ancora più di tre anni di “guado”, durante i quali la gestione ordinaria di AMA e del Comune dovrà dimostrarsi capace di reggere l’urto delle stagioni e delle intemperie senza far sprofondare la Capitale nell’immondizia.

Il segnale di svolta da Latina: il Consiglio di Stato argina l’ostruzionismo giudiziario

Mentre Roma pianifica il domani tra i miasmi dell’oggi, qualche segnale di ottimismo e di fermezza istituzionale arriva dalla vicina provincia di Latina. Qui, il fronte caldo è quello della giustizia amministrativa, spesso utilizzata come un vero e proprio strumento di veto da parte di comitati o soggetti privati contrari all’insediamento di impianti industriali legati al ciclo produttivo o ambientale.

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), presieduto dal magistrato Vincenzo Neri, ha infatti emanato e pubblicato, lo scorso 13 maggio 2026, un importante decreto monocratico d’urgenza (il n. 01784/2026 REG.PROV.CAU.) nell’ambito del ricorso numero di registro generale 3852 del 2026.

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La vicenda giudiziaria riguarda l’appello proposto dalla Tenuta Calissoni Bulgari, Società Agricola s.r.l., e da Laura Calissoni contro una galassia di enti pubblici — tra cui la Regione Lazio, l’Arpa Lazio, la Provincia di Latina, il Ministero della Cultura, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina, la Asl di Latina, il Comune di Aprilia e il Comune di Ardea — per ottenere la riforma della precedente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) per il Lazio, sezione staccata di Latina (Sezione Prima) n. 00224/2026.

Il decreto presidenziale ha respinto con fermezza la richiesta di misure cautelari monocratiche d’urgenza avanzata dai ricorrenti, i quali miravano a bloccare l’efficacia degli atti autorizzativi in favore della controparte privata, la Frales S.r.l..

Le motivazioni dei giudici: stop all’abuso della tutela cautelare monocratica

Il provvedimento del Consiglio di Stato tocca un punto nevralgico della paralisi infrastrutturale italiana. Nelle motivazioni si legge chiaramente come la concessione di una misura cautelare presidenziale monocratica inaudita altera parte (ovvero senza la regolare instaurazione del contraddittorio tra le parti) abbia natura del tutto eccezionale. Essa postula necessariamente, sul piano del cosiddetto periculum in mora, l’esistenza di una situazione dagli effetti «gravissimi, irreversibili e irreparabili», tale da non permettere nemmeno l’attesa della normale udienza in camera di consiglio in composizione collegiale.

Nel caso sollevato dalla Tenuta Bulgari, il Presidente ha stabilito che:

«Le ragioni indicate da parte appellante non consentono di ravvisare i presupposti per l’adozione della chiesta misura monocratica perché, per un verso, le circostanze rappresentate non dimostrano adeguatamente le ragioni per cui la parte non possa attendere la trattazione collegiale della domanda cautelare».

I giudici di Palazzo Spada hanno inoltre evidenziato la necessità di una «valutazione bilanciata dei contrapposti interessi», respingendo l’istanza e demandando alla Segreteria la semplice fissazione dell’ordinaria udienza camerale collegiale.

Si tratta di una pronuncia fondamentale che dà, di fatto, ragione alla società Frales S.r.l.. Questa impresa, secondo quanto emerge dalle cronache industriali del territorio, si trova da almeno tre anni nell’impossibilità di dare concreto inizio ai propri lavori a causa di una fitta e sistematica rete di ricorsi e controricorsi alla giustizia amministrativa. Una conflittualità giudiziaria che appare spesso strumentale, finalizzata unicamente a dilatare i tempi di realizzazione delle opere e a logorare economicamente gli investitori privati provvisti di regolari autorizzazioni.

Sbloccare i cantieri per salvare il territorio dal collasso

La decisione del Consiglio di Stato sul caso Frales-Bulgari lancia un messaggio nitido all’intero panorama regionale: il diritto alla difesa e alla tutela giurisdizionale è sacrosanto, ma non può tramutarsi in un’arma di veto perenne contro le iniziative industriali legittimamente autorizzate dagli enti di controllo ambientali e sanitari.

Il Lazio, schiacciato dall’emergenza capitolina, ha un disperato bisogno di impianti, di logistica efficiente e di una filiera dei rifiuti moderna. Se da un lato l’avvio del maxi-cantiere di ACEA a Santa Palomba traccia la rotta industriale a lungo termine per Roma, dall’altro la tenuta del sistema passa inevitabilmente attraverso la protezione dei piccoli e medi investimenti tecnologici sul territorio, troppo spesso ostaggio della sindrome “NIMBY” (Not In My Back Yard) declinata in carta bollata. Soltanto coniugando la fermezza dei tribunali contro i ricorsi dilatori a un potenziamento immediato della raccolta ordinaria su strada, il Lazio e la sua Capitale potranno sperare di uscire, una volta per tutte, dal fango delle periodiche emergenze meteo-ambientali.