VITERBO – C’è un confine sottile, eppure violentissimo, tra la legalità e l’incuria. È il confine delimitato dai nastri sbiaditi e dai sigilli dell’autorità giudiziaria che oggi cingono il distributore EWA, situato strategicamente sulla direttrice che collega l’uscita Terme di Viterbo a Viterbo Sud, in direzione Orte.
Quello che un tempo era un punto di sosta funzionale per centinaia di automobilisti, oggi si è trasformato in una spettrale terra di nessuno, un “monumento” al degrado che interroga le istituzioni e offende il territorio.
Il sito è finito sotto sequestro nell’ambito di un’operazione condotta dall’Agenzia delle Dogane e dalla Guardia di Finanza. Ma se la giustizia fa il suo corso nelle aule di tribunale, sul campo la situazione è degenerata in una deriva di inciviltà senza precedenti.
Paradossalmente, l’intervento dello Stato per sanzionare presunte irregolarità ha dato il via libera a un’altra forma di illegalità, forse più subdola perché diffusa: quella del vandalismo e dell’abbandono selvaggio.
Le immagini che documentano lo stato attuale dell’area sono impietose. Non si tratta più di un semplice distributore chiuso, ma di una vera e propria discarica abusiva a ridosso di una delle arterie stradali più trafficate della provincia.
A dominare la scena, come un macabro reperto archeologico della modernità, c’è addirittura un’auto abbandonata, lasciata lì da chi ha scambiato il piazzale per un centro di rottamazione gratuito. Ma è solo la punta dell’iceberg.
Quello che era l’ufficio dei benzinai, cuore pulsante dell’attività, è oggi un involucro spettrale completamente riempito di rifiuti di ogni sorta. Vetri infranti, scarti edili, vecchi imballaggi e resti di bivacchi si accumulano in un ammasso maleodorante.
Il bagno, un tempo accessibile al pubblico, è ridotto a condizioni disastrose, ai limiti del rischio biologico.
Una parte del piazzale asfalto è stato colonizzato da sacchi d’immondizia, ingombranti e rifiuti plastici, approfittando dell’assoluta mancanza di sorveglianza e illuminazione notturna.
L’inciviltà dei singoli, che trovano in un’area non presidiata il luogo ideale per smaltire illecitamente i propri scarti, trova una sponda nella complicità del silenzio istituzionale. Un’area sotto sequestro dovrebbe essere, per definizione, sotto la custodia dello Stato. Eppure, la mancata manutenzione e l’assenza di barriere fisiche invalicabili hanno trasformato un bene “congelato” dalla legge in un ricettacolo di sporcizia.
La domanda che i cittadini e i pendolari si pongono è semplice: chi deve rispondere di questo scempio?
Il sequestro non può e non deve significare la sospensione del decoro e della sicurezza sanitaria. Lasciare che un distributore diventi una discarica significa lanciare un messaggio di resa: laddove l’attività economica si ferma per via giudiziaria, subentra l’anarchia dei rifiuti.
La situazione ha ormai superato il livello della semplice segnalazione estetica per diventare un problema di ordine pubblico e ambientale. L’area, nelle condizioni in cui versa, rappresenta un pericolo: per il rischio incendi, per la proliferazione di animali infestanti e per la sicurezza degli automobilisti che, ignari, potrebbero accostare in un luogo ormai privo di qualsiasi standard di sicurezza.
L’area va chiusa fisicamente ed interdetta totalmente al traffico. È necessario installare recinzioni pesanti che impediscano materialmente l’accesso ai veicoli e ai “padroncini” dello smaltimento illecito. Al contempo, è urgente una bonifica straordinaria che restituisca dignità a un tratto di strada che è il biglietto da visita per chi accede a Viterbo. Lo Stato, dopo aver messo i sigilli, non può girarsi dall’altra parte.









