La storia di Roberto Cardetti Valfré Di Bonzo, entrato nella cooperativa sociale Re.leg.art. di Legacoop Umbria. Dal 1986, il suo percorso racconta il valore del lavoro per le persone con fragilità: non solo occupazione, ma relazioni, dignità, riconoscimento e possibilità di futuro
PERUGIA – Riceviamo e pubblichiamo – Che cosa sarebbe stata la vita di Roberto senza Re.leg.Art? Senza quell’impegno in cui entrare ogni mattina, senza un mestiere da imparare, senza colleghi, relazioni, pranzi condivisi, botteghe di quartiere, amici, vicini, persone capaci di esserci? È da questa domanda che bisogna partire per raccontare la storia di Roberto Cardetti Valfré Di Bonzo. Non da una ricorrenza, non da una festa, non da un anniversario. Ma da una vita che, per quarant’anni, ha trovato nel lavoro in Re.Leg.Art, cooperativa associata a Legacoop Umbria, un punto di equilibrio, riconoscimento e appartenenza. Roberto arrivò a Perugia da Bra, in Piemonte, l’11 giugno 1986. Era orfano di padre e la madre, bisognosa di cure continue, doveva essere inserita in una struttura. Per lui serviva un luogo in cui non essere solo: un posto dove poter stare con gli altri, costruire relazioni. Furono i cugini a pensare a Re.Leg.Art., cooperativa sociale di Perugia, allora con sede in Piazza del Drago. In quegli anni gli inserimenti avvenivano in modo diverso da oggi: meno procedure, più prossimità; meno formalità, più responsabilità condivisa. Il 17 giugno 1986 Roberto cominciò. Da quel momento il lavoro è diventato per lui molto più di un’attività quotidiana. Roberto ha trovato la sua piena realizzazione come rilegatore di libri, un lavoro artigianale fatto di precisione, gesti ripetuti e sapere manuale. Un mestiere che ancora oggi racconta con orgoglio: “Io sono rilegatore di libri, dove sono molto portato come mestiere lavoro, e mi appassiona molto quanto mai”. Cucire al telaio, incollare, preparare le copertine, dorare i titoli, mettere in pressa: per Roberto quei gesti sono diventati negli anni parte della sua identità. Non soltanto cose da fare, ma un modo per essere riconosciuto, per avere un ruolo. “Dopo non saprei fare altro”, dice, “perché non sarei portato in altri mestieri di lavoro”. La sua storia, però, non è solo una storia di lavoro. È anche una storia di autonomia possibile. Per un periodo Roberto abitò da solo, in affitto, in Via Teano. Poi dopo aver acquistato un appartamento in Via XX Settembre, vi si trasferì. Anche la cooperativa, nel tempo, si spostò in Via Fiorenzo di Lorenzo, proprio vicino alla sua casa. Una vicinanza fisica che diventò anche vicinanza quotidiana: Roberto pranzava in cooperativa e, a turno, i soci si occupavano dei suoi bisogni anche fuori dall’orario lavorativo. I cugini, i soci, le botteghe del quartiere, i vicini: intorno a lui si costruì una rete discreta, continua, concreta. Oggi la chiameremmo “vita indipendente”. Nel 1986 era soprattutto una pratica quotidiana fatta di attenzione e relazioni. Roberto, in questi quarant’anni, non è mai stato solo. È cresciuto dentro una comunità che lo ha accompagnato senza sostituirsi completamente a lui, sostenendolo nei passaggi più delicati e riconoscendone sempre la personalità. A casa propria, Roberto si sente “libero cittadino”, indipendente, capace di cavarsela “doverosamente, accuratamente, su tutti i punti di vista”. Chi lo conosce sa che Roberto ha un modo speciale di stare al mondo. È educato, gentile, saluta tutti, anche chi non conosce. Usa parole ricercate, espressioni ridondanti, aggettivi e avverbi superlativi. Di sé dice: “Sono sempre una persona, la maggior parte felice, mai infelice”. E ancora: “Sempre cavaliere gentiluomo”. Si definisce un “buongustaio”, ama cucinare, preparare la pasta, le frittate, la macedonia, e racconta con naturalezza la sua quotidianità domestica: “Io cucino tutto, preparo le pastasciutte al pesto, al sugo, normalmente in bianco con burro e formaggio grattugiato, preparo le carni, le verdure e sono specializzato in frittate”. La sua filosofia di vita è semplice: stare bene, essere contento, arrivare a cento anni e “qualcuno di più” per godersi il centenario. Negli anni Roberto è diventato una presenza conosciutissima. Ha tanti amici, spesso ricorda soprattutto quelli che gli hanno offerto un caffè, un pranzo o una cena. Don Saulo e i parrocchiani lo portano da anni in montagna per le ferie estive. Silvia, presidentessa della cooperativa, lo ha scelto come testimone di nozze insieme a Loredana. I colleghi e i soci della cooperativa sono diventati per lui una parte fondamentale della vita quotidiana. Fino al 2022 questa rete ha potuto contare anche sulla prossimità della sede della cooperativa. Poi Re.Leg.Art. ha dovuto trasferirsi a Castel del Piano. Seguire Roberto è diventato più difficile, ma il legame non si è interrotto: c’è ancora chi passa da casa sua per aiutarlo a organizzare l’armadio, chi lo accompagna, chi condivide un brindisi, chi continua semplicemente a esserci. A Villa del Colle del Cardinale, a Perugia, questa storia è stata celebrata con una festa per i quarant’anni di Roberto in Re.Leg.Art., un momento conviviale aperto alla comunità con l’apericena a cura del ristorante inclusivo Numero Zero e Aps La Brigata Indipendente, e la musica dal vivo di Paul & Gli Impossibili – Orchestrina Swing. Ma il senso della serata va oltre l’evento. Racconta che il lavoro, per una persona con disabilità, non è soltanto inserimento lavorativo. È relazione, autonomia, dignità, appartenenza. È la possibilità di costruire una quotidianità, di essere riconosciuti, di abitare una comunità, di avere un posto nel mondo. Per Roberto il lavoro non è stato un dettaglio. È stato il filo che ha tenuto insieme la sua vita. È stato il luogo in cui ha potuto imparare, essere riconosciuto, costruire legami, attraversare cambiamenti, sentirsi parte di una comunità. E allora resta una domanda, aperta e necessaria: senza il lavoro in cooperativa, che cosa sarebbe stata la vita di Roberto? Probabilmente sarebbe stata una vita con meno autonomia, meno relazioni, meno occasioni di crescita e un bisogno molto più forte di assistenza e cura. Una vita più fragile, più isolata, più dipendente dai servizi. E, inevitabilmente, anche con un costo sociale ed economico maggiore per la collettività e per le casse pubbliche. Per questo storie come quella di Roberto non riguardano soltanto una persona o una cooperativa. Riguardano il modo in cui una comunità sceglie di prendersi cura di chi le abita. È anche per questo che realtà come Re.Leg.Art. vanno sostenute: perché ogni percorso di lavoro, autonomia e inclusione che riescono a costruire non produce solo valore umano, ma anche valore sociale per tutti.
Intervista a Roberto: https://youtu.be/JOxVZ2y9sOg


