Il saluto alla città durante la processione del Cuore di Santa Rosa è stata una dura analisi sul senso di appartenenza dei viterbesi e la necessità di costruire relazioni vere
VITERBO – “Siete tutti di un sentimento?”. E ‘iniziata così l’omelia del Vescovo Piazza al Duomo, di fronte alla folla di cittadini che ha accompagnato la processione del Cuore di Santa Rosa per le vie del centro.
La risposta debole e incerta dei presenti, ha dato il via alle parole dell’omelia pronunciate dal vescovo.
“La comunità di Viterbo esprime un’intensità identitaria straordinaria attorno a Santa Rosa, documentabile già nei bambini che iniziano a interiorizzarne la sensibilità con le esperienze del corteo storico e delle mini macchine“.
Una coesione che rimarrebbe confinata all’appuntamento e agli eventi collaterali.
“Un’intensità condizionata al rituale — la macchina, la processione, la folla — pronta a dissolversi nella quotidianità ordinaria. Il senso d’appartenenza costruito sulla passione condivisa nell’evento, non su una struttura fiduciale permanente. Quando la passione cala, cala anche la coesione“.
L’invito alla comunità è quello di costruire relazioni.
“Senza una trama relazionale solida, le strutture associative, politiche e istituzionali rimangono inerti e distanti. È necessario uno sguardo di vicinanza responsabile. Come ci ricorda il Papa , il primo atto di costruzione relazionale è la rinuncia alla violenza verbale e alla lesione della dignità altrui. Dobbiamo assumerci la responsabilità dell’altro, non per accordi di comodo, ma con un intento di animi. La qualità dei legami sia una priorità civica“.
Il coraggio della piccola Rosa nonostante la malattia.
“La forza della fragilità. La giovane Santa pur con una patologia cardiaca ha operato in una Viterbo lacerata da conflitti interni, portando un modello relazionale alternativo proprio a partire dalla propria debolezza. Insegnando a tutti noi che, la fragilità non è un’attenuante dell’azione, non la impedisce”.
La dignità di ogni persona.
Il riferimento del Vescovo all’enciclica papale rafforza questo punto: “La dignità della persona — specialmente nei più deboli — non è un principio ornamentale, ma il fondamento su cui si reggono le relazioni autentiche, un punto di partenza irrinunciabile”.
Una missione che non si conclude.
“Se noi seminiamo oggi, speriamo che raccolga questo frutto chi verrà dopo di noi. È un cammino”.



