Latina – Indagine Free Beach, Lasperanza al Csm: «Procaccini indagato senza elementi»

L’inchiesta sul “nulla”: quando la toga dimentica il diritto per farsi politica. Ennesimo e durissimo colpo ai sostenitori del NO al referendum sulla giustizia

LATINA – Le rivelazioni emerse durante l’audizione dell’ex procuratore aggiunto Carlo Lasperanza davanti al CSM non sono solo un “caso giudiziario” locale: sono lo specchio deformante di una parte della magistratura che sembra aver smarrito la bussola della terzietà.

Il caso dell’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini, coinvolto nell’indagine “Free Beach“, scoperchia un vaso di Pandora fatto di teoremi forzati e accanimenti che nulla hanno a che fare con la ricerca della verità.

“Poco o niente”: il teorema del sospetto

Le parole di Lasperanza pesano come macigni: Contro l’europarlamentare c’era poco o niente e ciò nonostante si andò avanti. Se queste dichiarazioni venissero confermate, ci troveremmo di fronte a un paradosso democratico. Com’è possibile che un ufficio giudiziario decida di procedere contro un rappresentante delle istituzioni pur consapevole dell’inconsistenza degli elementi a suo carico?

La risposta, purtroppo, sembra risiedere in quel vizio d’origine che vede il magistrato non più come arbitro imparziale, ma come attore politico. Inserire un politico in un processo, come ammesso dallo stesso Lasperanza, spesso non serve a fare giustizia, ma a rallentare l’iter o, peggio, a creare un danno d’immagine irreparabile attraverso il “processo mediatico”.

Lo scontro tra toghe e l’uso delle indagini come clava

Il quadro descritto è quello di una Procura — quella di Latina dell’epoca — lacerata da scontri interni e “veleni”. Un contesto dove la gerarchia e il rigore giuridico sembrano aver ceduto il passo a personalismi e visioni ideologiche.

  • Il parere del Riesame ignorato: Nonostante il Tribunale del Riesame avesse già annullato posizioni analoghe a quella di Procaccini dichiarando l’assenza di prove, l’inchiesta è proseguita.

  • La firma “per dovere”: Il fatto che magistrati abbiano firmato atti pur esprimendo dubbi sulla loro fondatezza rivela una fragilità strutturale. La lealtà all’ufficio non può e non deve mai prevalere sulla lealtà alla Costituzione e alla presunzione di innocenza.

Il costo della “Giustizia Politica”

Quando una toga si tinge di un colore politico, a pagarne il prezzo non è solo il singolo indagato — in questo caso Procaccini, la cui carriera e onorabilità sono state messe nel mirino — ma l’intero sistema Paese.

  1. Spreco di risorse: Denaro pubblico utilizzato per inseguire fantasmi giudiziari.

  2. Erosione della fiducia: I cittadini smettono di credere in una giustizia uguale per tutti, vedendola come uno strumento di lotta partitica.

  3. Inquinamento democratico: Le indagini “politiche” alterano il normale dibattito democratico, trasformando le aule di tribunale in succursali delle sezioni di partito.

Verso una responsabilità necessaria

È tempo che il CSM faccia piena luce su quanto accaduto a Latina. Non è più tollerabile che la magistratura sia utilizzata come una “clava” per colpire l’avversario politico di turno. Se un magistrato smette di cercare le prove per cercare il “colpevole eccellente” a ogni costo, smette di essere un servitore dello Stato per diventare un pericolo per la democrazia.

La separazione delle carriere e una riforma della responsabilità civile dei magistrati non sono più semplici opzioni, ma necessità urgenti per restituire dignità a chi la toga la indossa con onore e imparzialità.