Dalla devastazione della palestra Next alle minacce social: quando lo Stato lascia soli i cittadini e il rischio della giustizia privata si fa concreto
MONTEROSI – Incendia la palestra del campione del mondo di WBA e dopo poche ore di fermo viene rimesso in libertà. Parliamo del siriano che ha prima devastato e poi dato fuoco alla palestra di Giovanni De Carolis.
Ieri sui social ha chiesto scusa agli italiani ma ha continuato a minacciare l’ex campione del mondo:
Nota: Innanzi tutto pace al generoso popolo italiano. In secondo luogo, porgo le mie più sentite scuse al popolo e al governo italiano per questo atto spregevole che ho commesso, ma questo è ciò che Giovanni De Carolis voleva. In terzo luogo, la verità non può essere nascosta e non teme il confronto. Arrivederci e il mio ultimo messaggio a Giovanni De Carolis è questo: stai sfidando Dio e qualcosa di immaginario.
Il ring, per un pugile, è un tempio. È il luogo del sacrificio, della disciplina e del rispetto. Per Giovanni De Carolis, già campione del mondo WBA dei pesi supermedi e orgoglio del pugilato italiano, quel tempio si trovava a Monterosi, lungo la via Cassia.
La palestra “Next Fitness” non era solo un’attività commerciale; era il frutto di anni di sudore, aperta nel 2014 “un battiscopa alla volta”, quando in banca non c’erano che pochi spiccioli ma nel cuore pulsava il sogno di creare un punto di riferimento per il territorio. Quel sogno, domenica scorsa, è stato ridotto in cenere da un atto di violenza cieca e apparentemente insensata.
Tutto ha inizio nel pomeriggio di una domenica che doveva essere di riposo. De Carolis si trova all’estero per impegni sportivi. La tecnologia, che dovrebbe accorciare le distanze, diventa in quel momento lo strumento di un supplizio in diretta. Una notifica, le telecamere che si attivano sullo smartphone, e lo spettacolo dell’orrore: un uomo sta devastando la struttura. Non è un furto finito male, è una missione di pura distruzione.
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Le immagini mostrano l’aggressore, identificato successivamente come un giovane siriano di 28 anni residente a Campagnano di Roma, che armato di pesanti bilancieri e dischi di ghisa colpisce sistematicamente ogni vetrata, ogni macchinario, ogni specchio. Non contento, l’uomo appicca il fuoco proprio sul ring, il cuore pulsante della palestra. In pochi minuti, il fumo nero invade i locali. All’interno c’è la cognata di De Carolis, terrorizzata, che assiste impotente alla furia distruttrice prima di riuscire a dare l’allarme e mettersi in salvo. Il bilancio finale è catastrofico: centinaia di migliaia di euro di danni e una vita di sacrifici polverizzata in meno di un’ora.
L’aspetto più inquietante della vicenda non è però il gesto di uno squilibrato, ma la risposta – o la mancata risposta – delle istituzioni. Il giovane siriano, che frequentava la palestra da circa un anno ed era stato recentemente allontanato per comportamenti molesti verso alcune iscritte, viene fermato dai Carabinieri poco dopo l’incendio. Sembrerebbe la fine di un incubo, l’inizio di un percorso giudiziario e psichiatrico necessario per la sicurezza pubblica.
Invece, accade l’incredibile. Nonostante la gravità del reato (incendio doloso, danneggiamento aggravato e minacce), nonostante l’evidente pericolosità sociale e il rischio di reiterazione, l’uomo viene rimesso in libertà dopo poche ore. Un processo per direttissima che si conclude con un rilascio che lascia attonita l’intera comunità di Monterosi e Campagnano. La motivazione? Spesso legata a interpretazioni garantiste o all’assenza di posti in strutture di recupero psichiatrico (REMS), sta di fatto che una persona capace di dare fuoco a un edificio pubblico oggi cammina di nuovo per le stesse strade che ha insanguinato di paura.
Libero di circolare, il giovane non ha mostrato alcun segno di pentimento. Al contrario, ha spostato la sua battaglia sul piano digitale. Attraverso i suoi profili Instagram e TikTok, ha iniziato a pubblicare contenuti deliranti, video e storie in cui prosegue con le minacce rivolte a De Carolis, alla sua famiglia e ai suoi collaboratori. È un cortocircuito spaventoso: una persona ufficialmente riconosciuta come pericolosa può continuare a intimidire le sue vittime protetta dallo schermo di uno smartphone, sapendo che le autorità, al momento, sembrano avere le mani legate.
La famiglia del pugile vive nel terrore. “Non dormiamo più, non chiudiamo occhio“, hanno dichiarato alle telecamere de Le Iene.
La presenza dell’uomo a Campagnano, avvistato regolarmente nei bar e nelle piazze, è una ferita aperta. I cittadini si chiedono: dobbiamo aspettare che accada qualcosa di irreparabile prima che lo Stato intervenga seriamente? È accettabile che la libertà di uno squilibrato prevalga sul diritto alla sicurezza di un’intera comunità?
Quando la giustizia ordinaria fallisce, o viene percepita come latitante, sorge il mostro della giustizia “fai-da-te“. Giovanni De Carolis è un idolo per migliaia di appassionati di boxe. È un uomo amato per la sua umiltà e la sua dedizione. La rabbia dei suoi tifosi sta raggiungendo livelli di guardia. Sui social e nei forum di settore, il clima è teso. Si teme una vera e propria caccia all’uomo.
Il rischio è che qualcuno, spinto dall’esasperazione e dal senso di ingiustizia, decida di “sostituirsi” a uno Stato che non punisce e non protegge. È lo scenario peggiore: trasformare una vittima in un pretesto per ulteriore violenza. Se lo Stato non rinchiude chi è pericoloso in un centro psichiatrico o in un istituto di pena, affida indirettamente la gestione della sicurezza alla rabbia della piazza. Monterosi non può diventare il teatro di una rappresaglia, ma per evitarlo serve un segnale forte dalle procure.
Nonostante le macerie, l’obiettivo di De Carolis è ripartire. “Bisogna ricominciare a combattere”, ha detto con la fermezza di chi è abituato a rialzarsi dopo un colpo basso. La solidarietà dei cittadini è stata commovente: una raccolta fondi online (https://www.gofundme.com/f/sosteniamo-la-next-e-il-suo-personale) ha già raggiunto decine di migliaia di euro per aiutare il campione a ricostruire la sua palestra.
Tuttavia, la ricostruzione muraria non basta se non viene ricostruita anche la fiducia nelle istituzioni. Il caso della palestra Next è il simbolo di un’Italia dove chi distrugge sembra godere di più tutele di chi costruisce. Chiediamo che la posizione dell’aggressore venga riconsiderata immediatamente: la follia non può essere una licenza di distruzione impunita. Campagnano e Monterosi meritano di tornare a respirare, senza l’ombra di uno squilibrato che lancia minacce dal suo cellulare mentre lo Stato guarda altrove.
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