Santa Marinella – La rissa delle comari e l’occasione di Gasparri

Tidei contro Minghella, Minghella contro Tidei: due facce della stessa medaglia si accusano a vicenda della sconfitta. Mentre a sinistra si azzuffano per accaparrarsi le simpatie di Manuelli, il centrodestra — sempre indicato come nemico — aspetta in silenzio

SANTA MARINELLA – C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui il campo largo di Santa Marinella ha gestito la sconfitta: invece di fare un passo indietro e riflettere, ha scelto il palcoscenico.

Una conferenza stampa, un comunicato, accuse e controaccuse. Il risultato è lo spettacolo triste di due politici — Pietro Tidei ed Emanuele Minghella — che si rimpallano la colpa del fallimento mentre, nel frattempo, entrambi cercano di stringere la mano ad Alessio Manuelli. Benvenuti nella politica delle comari.

Tidei ha convocato i giornalisti per dire, in sostanza, una cosa sola: non è colpa mia. «Non ha perso Pietro Tidei», ha scandito, rivendicando scuole, impianti sportivi e mare pulito, e scaricando ogni responsabilità su «traditori», «personalismi» e i «soliti noti» del centrodestra. Un discorso lungo, appassionato, pieno di sé. E alla fine, il colpo di scena: la sua lista voterà Manuelli — non per convinzione, precisa, ma «per ritorsione» contro il centrodestra. Un voto di pancia, non di progetto.

Minghella risponde con il comunicato del candidato illuminato: parole d’ordine come «discontinuità», «cambio di metodo», «fase nuova». Si toglie dalla giacca la medaglia della sconfitta e la distribuisce equamente — all’intera stagione politica, alla squadra, agli errori condivisi. Un gesto nobile in apparenza. Ma poi anche lui ammette di aver radunato i suoi candidati per «proseguire insieme il percorso». Un nuovo inizio, certo. Ma con gli stessi protagonisti.

Tidei: «Non sono il capro espiatorio»

Rivendica il bilancio risanato, le opere realizzate, il mare più pulito del Lazio. Attacca Minghella per «ingratitudine» e i traditori del novembre scorso. Annuncia il voto a Manuelli non per sostenerlo, ma per «non far vincere il centrodestra». Nega la cena con Vinaccia, insinua quella di Minghella con Bacheca.

Minghella: «Serve discontinuità»

Riconosce che molti elettori lo hanno rifiutato perché percepito «troppo legato alla vecchia amministrazione». Si assume la responsabilità del risultato, ma distribuisce gli errori a «una stagione politica». Chiede rispetto per il suo 25%, denuncia le «operazioni di palazzo» — e nel frattempo cerca di tenere insieme i suoi
candidati in vista del ballottaggio.

La medaglia e le sue due facce

La verità che né Tidei né Minghella sembrano disposti ad ammettere è semplice: sono la stessa cosa. Uno è l’inventore del sistema, l’altro ne è il prodotto più riuscito — o meno riuscito, a seconda dei punti di vista. Minghella lamenta di essere stato percepito come «troppo legato alla vecchia amministrazione»: bene, lo ha ammesso lui stesso. Ma da questa consapevolezza non discende nessuna rottura reale. Discende un comunicato stampa.

Tidei, dal canto suo, incarna perfettamente la sindrome del leader che non se ne va mai davvero. Non era candidato, eppure è lui a convocare la conferenza stampa. Non ha perso, eppure è lui a spiegare perché ha perso. Non vuole niente da Manuelli, eppure è lui a orientare il voto. In politica, chi dice di non voler niente di solito è quello che vuole tutto.

«Entrambi inseguono le simpatie di Manuelli non per senso civico, ma perché sanno che il vincitore del ballottaggio avrà il potere. E nessuno dei due vuole restare fuori dal tavolo.»

Il punto più grottesco della vicenda è proprio questo: la corsa di entrambi verso Manuelli. Tidei annuncia il voto alla sua lista come atto di opposizione al centrodestra — ma è di fatto un appoggio a Manuelli. Minghella denuncia le «operazioni di palazzo» e le «dinamiche personali», ma ammette che «da entrambe le coalizioni è partita una corsa per dialogare con i miei candidati». Tutti corrono. Tutti fanno finta di non correre.

Gasparri aspetta in silenzio

Nel mezzo di questa rissa familiare, Damiano Gasparri osserva. Il candidato del centrodestra è rimasto in gara con il 32% al primo turno — una percentuale che Tidei stesso definisce «una sconfitta», quasi non se ne rendesse conto dell’effetto boomerang. Perché se il 55% del campo largo si è diviso in due tronconi che ora si combattono a vicenda, quel 32% compatto vale molto di più di quanto sembri.

Gasparri non ha bisogno di fare conferenze stampa sul tradimento altrui. Non ha bisogno di spiegare che «non è colpa sua». Può semplicemente stare a guardare come i suoi avversari si distruggono da soli, e presentarsi al ballottaggio come l’alternativa credibile a un ceto politico che litiga persino quando perde.

La domanda che i cittadini di Santa Marinella dovrebbero porsi non è chi vota Tidei o cosa pensa Minghella. La domanda è: questo è davvero il cambiamento che volevate? Due uomini che si accusano a vicenda, che corteggiano lo stesso candidato, che parlano di «discontinuità» e «fase nuova» senza cambiare nulla di sostanziale — né i volti, né il metodo, né la logica del potere?

L’ora del cambiamento vero

Santa Marinella ha dato un segnale chiaro al primo turno: non vuole più lo stesso spettacolo. Il 55% si è diviso perché una fetta consistente di elettori non ha riconosciuto in Minghella la discontinuità promessa. Quella fetta ora è contesa, corteggiata, lusingata — trattata come merce di scambio in una trattativa che si chiama, pudicamente, «dialogo politico».

Gasparri, che piaccia o meno, rappresenta almeno una cosa che Tidei e Minghella non possono offrire: non essere stati lì. Non aver gestito quegli anni, non aver preso quelle decisioni, non portare quel peso. In una stagione in cui la parola «cambiamento» è diventata un ritornello vuoto, a volte il cambiamento più semplice è anche il più radicale: qualcuno di diverso.

Le liti tra ex compagni di corrente non sono politica. Sono la prova che quella politica è finita. I cittadini di Santa Marinella lo sanno già. Tocca a loro, al ballottaggio, dirlo definitivamente.