Viterbo – Acqua a peso d’oro, ma imbevibile: l’eterno paradosso viterbese

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Tra bollette alle stelle e un’ordinanza di non potabilità ogni due mesi, la pazienza dei cittadini è esaurita. Un servizio idrico che fa acqua da tutte le parti e istituzioni che sembrano rassegnate all’emergenza cronica

VITERBO – L’ultima ordinanza di non potabilità ha mandato su tutte le furie i viterbesi, ormai stanchi di un servizio scadente e salatissimo. La narrazione dell’emergenza non regge più di fronte ai numeri impietosi di un disservizio che, a Viterbo, ha assunto i contorni di una vera e propria farsa istituzionale. I cittadini pagano l’acqua come se fosse un bene di lusso, ma dai rubinetti, troppo spesso, sgorga un liquido che non può essere usato nemmeno per lavarsi i denti.

I dati sono chiari e frustranti. Secondo le stime più recenti, una famiglia viterbese si trova a pagare bollette che oscillano tra i 460 e i 650 euro annui. Parliamo di tariffe superiori del 17% rispetto alla media nazionale. Mentre a Roma la stessa quantità d’acqua costa circa 350 euro e a Milano poco più di 200, i cittadini di Viterbo riempiono le casse della Talete S.p.A. per un servizio che non garantisce nemmeno i livelli basilari di sicurezza igienico-sanitaria.

E a fronte di questo salasso, cosa si ottiene? Sei ordinanze di non potabilità negli ultimi dodici mesi. Una media di un divieto ogni due mesi. L’ultimo atto in ordine di tempo è l’ordinanza sindacale n. 21 del 4 giugno, che ha messo a secco di decenza i quartieri serviti dal Serbatoio 480 – da Cappuccini a Murialdo, passando per Grotticella e Pila – per la presenza di enterococchi oltre i limiti di legge. Praticamente mezza Viterbo si è ritrovata con batteri fecali nei lavandini di casa.

Non è più possibile nascondersi dietro l’alibi geologico dell’arsenico, endemico nella terra vulcanica della Tuscia. Le ultime ordinanze parlano chiaro: enterococchi, coliformi, batteri. Questo significa che il problema non è solo nelle falde, ma in tubature colabrodo, in sistemi di clorazione inadeguati e in reti distributive che cadono a pezzi sotto il peso dell’obsolescenza e della mancata manutenzione.

Dietro i burocratici “divieti di utilizzo per fini alimentari”, c’è la vita reale e faticosa delle famiglie. C’è il costo e lo sforzo di dover riempire i carrelli di acqua in bottiglia. C’è la frustrazione di dover far bollire l’acqua per quindici minuti solo per poter cuocere due spaghetti. E c’è l’assurdità di dover spiegare ai bambini più piccoli che no, oggi non si può usare l’acqua del lavandino per lavarsi i denti prima di andare a dormire.

È arrivato il momento che gli enti preposti escano dal torpore amministrativo. Quello che ormai la totalità della popolazione chiede è che la Talete S.p.A. spieghi come giustifica tariffe del genere a fronte di una rete che fa letteralmente acqua, perché la morosità non regge più ed è ingiusto che i cittadini onesti paghi per tutti (se davvero è questo il problema). Il Comune di Viterbo, che pure emette doverosamente le ordinanze a tutela della salute pubblica segnalate dalla ASL, non può limitarsi al ruolo di notaio del disastro: deve pretendere interventi strutturali immediati per i suoi cittadini. E la politica locale, tutta, deve smettere di trattare questo scandalo quotidiano come una rassegnata abitudine.

L’acqua pubblica a Viterbo è la più chiara metafora di un territorio che paga a caro prezzo inefficienze decennali. I cittadini hanno saldato il conto. Ora, chi di dovere, faccia uscire l’acqua pulita dai rubinetti.