Tra fisica quantistica e politica “sacra”: Viterbo si interroga “Sul senso delle cose” con Giulio T. Curti

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Una sala gremita ha accolto l’autore, che ha incantato il pubblico con un dibattito di elevatissimo livello che ha spinto tutti a rallentare il respiro e soffermarsi sul senso delle cose

VITERBO – Schiena dritta, piedi ben piantati a terra, occhi chiusi. Un minuto di silenzio e di attenzione rivolta esclusivamente al proprio respiro. Non la classica, cattedratica presentazione letteraria, ma un esercizio collettivo di presenza: si è aperto così, giovedì pomeriggio, l’incontro con Giulio T. Curti alla Biblioteca Consorziale di Viterbo per il lancio del suo saggio “Sul senso delle cose. Riflessioni e storie autobiografiche tra filosofia, spiritualità e politica” (Edizioni ArcheoAres).

Una Sala “Vincenzo Cardarelli” gremita in ogni ordine di posto – tra il pubblico il vicepresidente del Consiglio Regionale Enrico Panunzi, la sindaca Chiara Frontini, il vicesindaco Alfonso Antoniozzi, l’assessore Emanuele Aronne, l’amministratore unico di ArcheoAres Francesco Aliperti, la fondatrice di Italian Human Connections Giulia Marchetti e il presidente di Federalberghi Viterbo Pierluca Balletti – ha assistito a un dialogo serrato, a tratti dialetticamente elettrico, tra l’autore (noto ai più come responsabile dello Spazio Attivo Lazio Innova di Valle Faul) e il moderatore Massimiliano Capo.

Un confronto che non ha dispensato rassicurazioni, preferendo la via più impervia: abitare scomodamente la domanda.

Il saggio di Curti nasce da una dichiarata urgenza esistenziale: un «disagio impotente» di fronte alla frammentazione del mondo contemporaneo, alle guerre e alla crisi ecologica. La prima parte del testo smonta i dogmi del materialismo riduzionista. Riprendendo la celebre provocazione dell’astronomo Fred Hoyle – secondo cui pensare che la complessità della vita sia nata per caso dallo scontro di atomi «ha la stessa probabilità che un uragano, passando su un deposito di rottami, assembli un Boeing 747» –, Curti trova sponda nella fisica quantistica.

Da Alain Aspect e Anton Zeilinger (premi Nobel 2022 per l’entanglement) fino al padre del microprocessore Federico Faggin, l’assunto si ribalta: non è la materia a generare la coscienza, ma è la coscienza a precedere la materia. «Noi siamo infiniti punti di vista con cui il Tutto osserva e conosce se stesso», ha ricordato l’autore. Se la scienza dimostra che a livello subatomico le particelle rimangono istantaneamente connesse anche a chilometri di distanza, allora l’intuizione plotiniana e spinoziana trova una vidimazione empirica: il mondo non è un aggregato di solitudini, “è tutto attaccato”.

Da questo microcosmo invisibile, il passo verso la geografia umana è breve. Richiamando l’insegnamento del filosofo Pietro Toesca e l’esperienza della Rete delle Piccole Città, Curti ha contrappunto la nevrosi del modello metropolitano – funzionale solo all’individualismo di consumo – alla dimensione del borgo: luogo del limite, della misura e del ripristino della comunità.

È sul terreno della Politica che il dibattito si è fatto infuocato, grazie al controcanto di Massimiliano Capo, che ha rivendicato con onestà intellettuale il proprio «totale dissenso» dalle tesi dell’autore.

Curti non ha esitato a toccare il tabù delle nostre democrazie: l’inefficienza del suffragio universale acritico. Citando il saggio provocatorio di Jason Brennan (Contro la democrazia) e la suddivisione dell’elettorato tra Hobbit (gli indifferenti), Hooligans (i tifosi ideologici sordi alle ragioni altrui) e Vulcaniani (i cittadini razionali che studiano i problemi prima di scegliere), Curti ha lanciato il sasso: «Pretendiamo competenze altissime dall’idraulico, dal pilota d’aereo o dal chirurgo che ci deve operare, ma siamo colpevolmente distratti nel valutarle in chi prende decisioni che ricadranno sulla vita di tutti».

Una spinta verso l’epistocrazia (il governo dei competenti) che però, nell’architettura del libro, rappresenta solo un passaggio intermedio. La vera tesi radicale arriva subito dopo: «Non basterà riformare le regole del voto, e non basterà la transizione verso l’economia circolare o le tecnologie pulite, se l’essere umano continuerà a concepirsi come un soggetto separato dalla natura e dal prossimo».

La politica, dunque, o torna a essere un’“attività sacra” di cura dell’interconnessione, o è destinata a confermare l’amara profezia di Platone: scivolare nel ridicolo prima ancora che nel sangue.

In un’epoca che riprogramma le università sulla sola Intelligenza Artificiale, Curti propone di investire sul QS (Quoziente Spirituale), teorizzato da Zohar e Marshall. Un concetto che l’autore ha saldato all’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone e all’immagine del “saggio architetto” chiamato a costruire la città del bene, rifuggendo l’hybris della Torre di Babele.

La chiosa perfetta di un pomeriggio denso è stata affidata alla filosofia umanistica africana dell’Ubuntu. Curti ha ricordato la storia dell’antropologo che pose un cesto di frutta sotto un albero, promettendolo al bambino della tribù che fosse arrivato primo: «Al via, i bambini si presero tutti per mano, corsero insieme e si sedettero a mangiare la frutta in cerchio. All’antropologo che chiedeva il perché di quel gesto, risposero: “Ubuntu. Come può uno di noi essere felice, se tutti gli altri sono tristi?”».

In quella corsa tenendosi per mano c’è l’antidoto al virus della nostra epoca. E c’è il senso profondo delle cose.

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