VITERBO – C’è un profumo che, per i viterbesi nati tra gli anni ’70 e ’80, non è solo odore di cibo, ma profumo di casa, di sabato sera e di una spensieratezza che oggi sembra sbiadita. È il profumo dei calzoni “bollenti” della famiglia Rotili.
Con la chiusura della tavola calda “Monte Bianco”, non si abbassa solo una serranda, ma cala il sipario su un’epopea gastronomica e umana che ha attraversato cinquant’anni di storia cittadina.
Dalla Cassia Sud a “La Pila”: una dinastia del gusto
La storia inizia nei primi anni ’70, in un luogo che oggi appare quasi mitologico: il distributore BP sulla Cassia Sud. Lì, Felice, Giacomo e Piero (papà di Roberto) diedero il via a quella che sarebbe diventata un’istituzione. Ma è con il trasferimento a “La Pila” che il mito si è consacrato.
Chi è cresciuto a Viterbo in quegli anni ha un ricordo indelebile, quasi un rito di passaggio: la macchia d’unto del calzone appena sfornato che cadeva inesorabile sulle Clarks nuove, rovinandole per sempre ma regalando, in cambio, un morso di pura felicità. Quei calzoni non erano solo cibo; erano il punto di ritrovo, l’appuntamento fisso, la certezza in una città che cambiava.
Il peso della resistenza
Un affezionato cliente, in un post diventato virale su Facebook, ha descritto la chiusura come la resa finale a un mercato “ostaggio dei grandi centri commerciali”, un sistema che spesso dimentica il valore dei rapporti personali e il sacrificio del lavoratore autonomo. Ed è vero: vedere sparire le piccole insegne storiche lascia un senso di vuoto identitario nei nostri centri.
Tuttavia, dietro la “fine di un’epoca” vista dai clienti, c’è la realtà quotidiana di chi sta dietro il bancone.
La scelta di Roberto: “Cambiare vita”
A bilanciare il romanticismo nostalgico dei clienti è intervenuto lo stesso Roberto Rotili. Con una franchezza che gli fa onore, ha spiegato che la serranda del Monte Bianco non si abbassa per un fallimento, ma per una scelta di libertà.
“È stata una decisione causata dalla volontà di cambiare vita, una vita più tranquilla, con meno preoccupazioni”, ha spiegato Roberto.
Gestire un’attività del genere significa essere “sul pezzo” dalle 7 del mattino alle 22, portandosi inevitabilmente i pensieri a casa. Dopo il Covid e decenni di sacrifici, Roberto e sua moglie hanno scelto il bene più prezioso: il tempo.
Un addio che è un ringraziamento
Se ne va un’attività che ha saputo resistere finché ha potuto, rappresentando l’ultima trincea di una Viterbo autentica. Se ne vanno i nomi, le abitudini e quel senso di “famiglia allargata” che solo certi luoghi sanno creare.
Viterbo oggi è un po’ più povera di sapori, ma forse più consapevole del peso che i piccoli artigiani portano sulle spalle. A Roberto e alla sua famiglia va il ringraziamento di chi, per un’ultima volta, idealmente, alza al cielo quel calzone che ha segnato un’adolescenza.

