Cancellata la condanna e restituiti i beni oggetto di una confisca milionaria: dopo nove anni di odissea giudiziaria, Johnny Micalusi torna libero e riprende il comando del suo Assunta Madre. Altro caso Cavallotti e risarcimento milionario che pagheranno gli italiani che hanno votato NO al referendum
ROMA – La storia di Gianni Micalusi, per tutti semplicemente “Johnny”, non è soltanto la cronaca di un processo finito bene, ma somiglia a un romanzo d’appendice ambientato tra i vicoli nobili di Roma e l’odore di salsedine di Terracina.
Per anni, il nome di questo imprenditore è stato indissolubilmente legato all’Assunta Madre di via Giulia, un luogo che definire ristorante è riduttivo: era un crocevia di potere, cinema e sport, dove il pesce arrivava freschissimo ogni giorno per finire nei piatti di star hollywoodiane come Robert De Niro o icone del calcio come Francesco Totti.
Eppure, proprio quel tempio dell’enogastronomia era diventato, nel racconto degli inquirenti, il centro di un presunto sistema di riciclaggio che ieri la Corte di Appello di Roma ha definitivamente smontato, restituendo a Micalusi non solo i suoi beni, ma quella dignità che spesso il tritacarne mediatico-giudiziario rischia di polverizzare molto prima di una sentenza.
Tutto ha inizio in una mattina di maggio del 2017, quando l’operazione “Nettuno” scuote la Capitale.
Le manette scattano per Johnny, per i suoi figli e per alcuni collaboratori stretti. L’accusa della Direzione Distrettuale Antimafia è pesante come un macigno: intestazione fittizia di beni e autoriciclaggio.
Secondo la tesi della Procura, Micalusi avrebbe usato i familiari come prestanome per nascondere la reale proprietà delle sue attività e proteggerle da eventuali sequestri, sospettando legami con ambienti della criminalità organizzata che però, col tempo, si sono rivelati castelli di carta.
In quel momento, il “re del pesce” cade dal trono. Il ristorante di via Giulia viene messo sotto sequestro, i conti bloccati, la libertà vigilata. Inizia così un lungo inverno giudiziario che vede la famiglia Micalusi privata di ogni cosa: dalle mura domestiche alle cucine che avevano reso celebre il loro marchio in tutto il mondo, da Londra a Barcellona.
Il primo grado di giudizio, conclusosi nel dicembre del 2019, sembrava aver messo il sigillo definitivo su questa parabola discendente.
Il Tribunale di Roma emette una condanna durissima: otto anni e sei mesi di reclusione per Johnny Micalusi. Per i giudici di allora, quel sistema di scatole cinesi e passaggi di proprietà tra padri e figli era la prova provata di un intento illecito.
La confisca dei beni viene confermata e l’imprenditore di Terracina sembra destinato a sparire dai radar della ristorazione d’eccellenza per finire in quelli delle cronache nere.
In quegli anni, la narrazione pubblica non fa sconti: si parla del ristorante dei vip come di una “lavatrice” di denaro sporco, un’accusa infamante per chi ha costruito la propria fortuna sulla qualità della materia prima e sulla capacità di accoglienza.
Tuttavia, il diritto ha i suoi tempi, spesso troppo lunghi per chi li vive sulla propria pelle, ma necessari per ristabilire la verità dei fatti. Nel processo d’appello, la strategia difensiva guidata dal professor Franco Coppi e dall’avvocato Fabio Lattanzi ha puntato a dimostrare l’esatto contrario: non c’era alcuna volontà di nascondere nulla, né tantomeno denaro di provenienza illecita da ripulire.
Gli avvocati hanno lavorato chirurgicamente sui flussi finanziari e sulla reale gestione delle società, evidenziando che il successo di Micalusi era frutto di un lavoro imprenditoriale reale e non di artifici criminali. La tesi è stata che non si può punire un padre che coinvolge i figli nell’azienda di famiglia se non c’è prova di un reato sottostante o di una pericolosità sociale mai realmente accertata.
La sentenza arrivata ieri è un ribaltamento totale, uno di quegli “strike” rari nelle aule di tribunale per la loro nettezza. La Corte di Appello ha assolto Johnny Micalusi e i suoi familiari con la formula più ampia, cancellando d’un colpo la condanna a otto anni e sei mesi. Ma il punto cruciale, quello che segna la vera vittoria per l’imprenditore, è la revoca della confisca.
L’Assunta Madre, i due immobili e tutti i beni riconducibili alla famiglia devono essere restituiti immediatamente ai legittimi proprietari. Non si tratta solo di una questione economica, sebbene stiamo parlando di un patrimonio di milioni di euro; si tratta della fine di un esilio forzato dalle proprie passioni e dal proprio lavoro.
L’avvocato Fabio Lattanzi, commentando la sentenza, ha parlato di una delle più grandi soddisfazioni della sua carriera, ricordando come la famiglia sia stata privata per quasi un decennio di tutto: case, ristoranti e soprattutto dell’onore. È qui che emerge il lato più umano e amaro della vicenda. Mentre la giustizia fa il suo corso, la vita delle persone si ferma. I figli di Micalusi hanno vissuto la loro giovinezza con l’ombra del sospetto e il peso di accuse che ieri sono state dichiarate infondate. La “Formula Assolutoria Netta” citata dai giudici suona come un atto di scuse tardivo, ma fondamentale, verso una famiglia che ha visto il proprio impero sgretolarsi sotto i colpi di un’ipotesi accusatoria che non ha retto al vaglio delle prove.
Ora il futuro dell’Assunta Madre torna nelle mani del suo creatore. C’è chi dice che il ristorante non sia mai stato lo stesso senza la presenza carismatica di Johnny tra i tavoli, capace di consigliare il miglior pescato del giorno con quella parlantina verace e quel piglio da self-made man che lo ha portato da Terracina al cuore della Roma bene. La restituzione dei beni permetterà alla famiglia di riprendere i fili di un discorso interrotto bruscamente nel 2017. Certamente, ricostruire un’immagine pubblica dopo anni di titoli sui giornali che parlavano di “mafia e ristorazione” non sarà un’impresa da poco, ma l’assoluzione di ieri mette un punto fermo e inattaccabile: Gianni Micalusi non è un riciclatore, ma un ristoratore che ha saputo creare un brand globale.
In questa vicenda resta però aperto il dibattito sulla giustizia preventiva e sull’impatto dei sequestri che, spesso, colpiscono aziende floride portandole al declino prima ancora che un giudice possa decidere se l’imprenditore sia colpevole o meno. Per Micalusi il sipario cala con un applauso giudiziario che gli restituisce la libertà e le chiavi della sua cucina, ma il tempo perso e la sofferenza patita restano cicatrici che nessuna sentenza potrà mai rimarginare del tutto. Roma ritrova uno dei suoi protagonisti più discussi e, da oggi, ufficialmente innocenti, pronto a rimettere in tavola quel “mare” che per troppi anni gli è stato negato.
Adesso ci sarà un seguito e cioè la richiesta di un risarcimento danni record a danno dello Stato. Chi pagherà? Gli italiani che hanno votato NO al referendum ovviamente (ma anche quelli che hanno espresso un Sì).

