TARQUINIA – “Non lasciamo che i nove progetti esclusi vengano dimenticati”. L’invito del ministro della Cultura Alessandro Giuli, pronunciato durante la proclamazione della Capitale italiana della Cultura 2028, suona quasi come un promemoria diretto anche a Tarquinia. Un promemoria impegnativo, soprattutto alla luce di quanto promesso.
Perché, al netto dell’entusiasmo della vigilia, la vittoria di Ancona non rappresenta esattamente una sorpresa. Piuttosto, segna la fine di una narrazione costruita con grande ambizione e altrettanta leggerezza nelle aspettative.
Per la città etrusca, guidata dall’ineffabile sindaco Francesco Sposetti, si apre ora una fase ben più concreta: quella della verifica. Il progetto “La cultura è volo”, accompagnato dalle promesse di un investimento sfarzoso da oltre 53 milioni di euro, si è fermato al traguardo più importante. E oggi, inevitabilmente, si trasforma da candidatura a banco di prova.
dossier-tarquinia_defNel frattempo, il consenso intorno all’operazione appare tutt’altro che compatto. Le reazioni, tra politica e cittadini, oscillano tra delusione e critica, mentre i “difensori” dell’iniziativa sembrano decisamente meno rumorosi rispetto ai mesi scorsi.
Dall’altra parte, Ancona vince con un dossier definito “eccellente”: un progetto solido, coerente, con una visione chiara e una rete strutturata tra istituzioni, territorio e dimensione internazionale. Esattamente ciò che la commissione ha premiato.
E Tarquinia? Resta un progetto ambizioso, costruito come una “città diffusa” insieme a una lunga lista di comuni (da Allumiere a Tolfa, passando per Civitavecchia, Cerveteri e Montalto di Castro) coinvolti in un disegno che, sulla carta, promette di rivoluzionare un intero territorio.
Tarquinia beffata, la Capitale della Cultura 2028 sarà Ancona
Sulla carta, appunto. Perché il dossier parla chiaro: piste ciclabili lungo la costa, recupero dei borghi, riqualificazione urbana e industriale, abbattimento delle barriere architettoniche, hub culturali, residenze d’artista, accademie e reti digitali. Un elenco imponente di interventi che, sempre secondo il progetto, dovrebbero trasformare l’area entro il 2028.
Oltre 53 milioni di euro per un cambiamento definito “strutturale”. A questo punto, però, la domanda è inevitabile: cosa resterà di tutto questo senza il titolo? Perché è proprio qui che si misura la differenza tra un grande dossier e una grande visione amministrativa. Senza riflettori, senza finanziamenti straordinari legati alla vittoria, senza la spinta mediatica nazionale.
Resta quindi l’impegno (implicito ma inevitabile) a portare avanti quanto annunciato. Non più come promessa elettorale o progettuale, ma come responsabilità politica. E allora sì, le parole del progetto tornano attuali: “un disegno capace di stimolare la crescita di tutti i comuni in modo omogeneo”. Un obiettivo ambizioso. Che ora, però, dovrà fare i conti con la realtà.

