Il progetto è stato presentato nel corso del primo incontro pubblico dedicato all’aggiornamento sui cantieri seguiti dalla Soprintendenza
VITERBO – Oggi appare come un grande portico aperto, ma un tempo era una chiesa a croce greca. Della Santa Maria delle Fortezze resta appena un terzo dell’impianto originario, mutilato dai bombardamenti del 1944 e da decenni di abbandono. Il cantiere avviato con i fondi del Pnrr punta proprio a questo: restituire leggibilità a un monumento simbolo del Rinascimento viterbese e ricucire una ferita rimasta aperta per oltre settant’anni.
Il progetto è stato presentato nel corso del primo incontro pubblico dedicato all’aggiornamento sui cantieri seguiti dalla Soprintendenza. Un appuntamento che, come ha sottolineato la sindaca Chiara Frontini, rappresenta una tappa significativa per la città.
«Un recupero urbano di una zona da decenni degradata ma anche la sinergia di due enti, Comune e Soprintendenza, che hanno saputo collaborare per il bene collettivo di Viterbo», ha dichiarato la prima cittadina, ricordando come l’intervento rientri in una più ampia strategia di valorizzazione del centro storico e dei beni monumentali.
Una ferita aperta dal 1944
La storia della chiesa affonda le radici nel 1514, quando iniziarono i lavori per la sua costruzione, destinati a proseguire per circa un secolo. L’edificio originario aveva una pianta a croce greca e rappresentava uno degli esempi più significativi della stagione rinascimentale cittadina.
La seconda guerra mondiale segnò però una svolta irreversibile. I bombardamenti del 1944 distrussero gran parte della struttura e, nel primo dopoguerra, la ricostruzione avvenne in condizioni di estrema urgenza.
«Un simbolo della città, una ferita che era rimasta aperta dai tempi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale», ha ricordato la soprintendente Margherita Eichberg. «Viterbo non esprime solo il Medioevo, ma anche il Rinascimento, e le Fortezze con i suoi affreschi rappresentano questo meraviglioso periodo storico».
La demolizione totale fu evitata solo grazie ai vincoli di tutela già presenti all’inizio del Novecento, che permisero di salvare una parte dell’edificio, seppur ridotta.
Un monumento da rileggere
Il restauro, inserito nella linea di intervento Caput Mundi, si inserisce anche nel più ampio progetto di riqualificazione delle mura urbiche e degli spazi circostanti.
«L’immagine che ci appartiene oggi è similare a quella di un portico che rappresenta a malapena un terzo della chiesa, a forma di croce greca, che era un tempo», ha spiegato l’architetto Federica Cerroni, responsabile unico del procedimento.
Prima dell’avvio del cantiere, l’area versava in condizioni critiche: infestazioni di erbe, degrado diffuso e un apparato decorativo compromesso, in particolare nelle cappelle laterali.
L’obiettivo principale non era soltanto conservare ciò che restava, ma restituire una lettura più chiara del monumento.
«Gli obiettivi erano quelli di rilettura del monumento, di ricomposizione dell’immagine originale e permettere un percorso di visita all’interno per una sua più ampia fruibilità», ha aggiunto Cerroni.
La posizione strategica della chiesa, situata tra il centro storico e l’area di Porta Romana, rafforza il valore urbanistico dell’intervento, trasformando uno spazio marginale in un punto di passaggio e di visita.
Cavità, ossa e tracce del passato
Durante i lavori, le indagini archeologiche hanno restituito elementi inattesi che hanno contribuito a ricostruire la storia del sito.
Le prime anomalie individuate riguardavano cavità e canali sotterranei. Non un caso: la zona era nota per essere uno snodo del sistema di raccolta delle acque cittadine.
Ma una delle scoperte più significative è arrivata con l’individuazione di una cavità rettangolare.
«La cavità rettangolare individuata ha rivelato essere già manomessa, probabilmente dal Genio Civile nel primo dopoguerra, e contenente anche ossa umane», ha spiegato l’archeologa Beatrice Casocavallo.
Sono state individuate anche altre sepolture negli spazi adiacenti, anch’esse già compromesse da interventi precedenti. I reperti ossei saranno ora oggetto di ulteriori analisi.
Gli scavi hanno inoltre permesso di individuare il perimetro cinquecentesco della struttura, contribuendo a chiarire l’evoluzione architettonica del complesso.
Tra i ritrovamenti più suggestivi figura anche una porzione del basolato originario.
«Durante i lavori è riemerso anche parte del basolato originale, che abbiamo voluto lasciare a vista così da fare comprendere come poteva essere la struttura un tempo», ha aggiunto Casocavallo.
Un percorso per restituire il monumento alla città
Il recupero ha previsto anche la trasformazione dell’area in uno spazio visitabile. I pavimenti, in gran parte manomessi nel corso dei decenni, sono stati mantenuti come testimonianza storica e integrati con passerelle che permetteranno ai visitatori di attraversare l’area in sicurezza.
Il risultato finale non è soltanto un restauro architettonico, ma un intervento che restituisce alla città un luogo identitario e un tassello della sua memoria storica.
Un monumento che, da frammento sopravvissuto alla guerra, torna oggi a raccontare la propria forma originaria e il ruolo che per secoli ha avuto nella storia urbana di Viterbo.


