Dopo decine di ricorsi tutti rigettati, il presidente della Quarta Sezione Vincenzo Neri chiude la porta alla misura cautelare urgente chiesta da Verdi Ambiente e Società e dal Comitato di via Scrivia. Ma la vera notizia è un’altra: dai prossimi ricorsi scatta l’obbligo di garanzia per chi vuole continuare a bloccare l’impianto
APRILIA – C’è un copione che si ripete, con una cadenza che ormai ha qualcosa di meccanico: un’associazione ambientalista o un comitato di residenti presenta un ricorso contro il progetto del nuovo impianto di trattamento rifiuti in via Scrivia, nell’area di Sant’Apollonia ad Aprilia.
I giudici lo esaminano. I giudici lo respingono. E poi si ricomincia da capo, con un nuovo ricorso, una nuova udienza, un nuovo rigetto.
L’ultimo episodio di questa storia porta la data del 19 maggio 2026. Quel giorno, il presidente della Quarta Sezione del Consiglio di Stato, Vincenzo Neri, ha firmato il decreto con cui viene respinta l’istanza di misura cautelare monocratica urgente presentata dall’Associazione di Promozione Sociale Verdi Ambiente e Società APS Onlus, dal Comitato Informale di via Scrivia e dalla signora Francesca Romana Tintori. Una richiesta di blocco immediato, straordinario, del progetto autorizzato dalla Regione Lazio e già avallato dal TAR Latina con la sentenza n. 257 del 2026.
202601878_16Il rigetto, questa volta, è arrivato senza sorprese. Ma porta con sé una conseguenza che potrebbe finalmente cambiare le regole del gioco: dai prossimi ricorsi, chi vorrà continuare a impugnare le autorizzazioni relative all’impianto Frales dovrà depositare una garanzia economica a tutela del danno provocato alla società e all’intera collettività. Una misura di civiltà giuridica che, finalmente, mette un freno all’abuso del contenzioso amministrativo come strumento di ostruzionismo sistematico.
Il decreto del 19 maggio: cosa dice e perché è importante
Il testo del decreto presidenziale è asciutto, tecnico, come si conviene a un atto giurisdizionale. Ma tra le righe si legge tutta la frustrazione di una giustizia amministrativa intasata da istanze che non reggono all’esame più elementare.
Il presidente Neri ricorda innanzitutto cosa serve, per legge, per ottenere una misura cautelare monocratica: bisogna dimostrare una situazione di “estrema gravità ed urgenza, tale da non consentire neppure la dilazione fino alla data della camera di consiglio”. Non basta, in altri termini, essere contrari a un progetto. Non basta affermare che ci sono impatti ambientali o paesaggistici. Bisogna dimostrare che il danno è imminente, gravissimo, irreversibile, e che non c’è nemmeno il tempo di aspettare pochi giorni per l’udienza camerale collegiale.
I ricorrenti non ce l’hanno fatta. Il decreto stabilisce senza ambiguità che “le circostanze rappresentate non dimostrano adeguatamente le ragioni per cui la parte non possa attendere la trattazione collegiale della domanda cautelare”. E aggiunge, quasi a sottolineare la superfluità dell’istanza, che la decisione collegiale del Consiglio di Stato arriverà comunque “nei termini ristretti previsti dalla legge”.
In parole semplici: non c’è nessuna emergenza. Non c’è nessun pericolo imminente e irreparabile. C’è solo un’altra mossa in una partita a scacchi che va avanti da troppo tempo, a spese di tutti.
Una storia di ricorsi: decine di impugnazioni, nessuna vittoria
Per capire il peso di questo ennesimo rigetto, bisogna guardare al quadro d’insieme. La vicenda dell’impianto di Sant’Apollonia va avanti da anni. Il progetto — un sito per il conferimento e il trattamento di rifiuti inerti, considerato strategico per garantire l’autosufficienza impiantistica della provincia di Latina — è stato autorizzato dalla Regione Lazio con il Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR). Un iter lungo, complesso, che ha coinvolto decine di enti, valutazioni tecniche, pareri ambientali, verifiche paesaggistiche.
Nonostante tutto questo, e nonostante l’autorizzazione formale rilasciata dalla Regione, associazioni e comitati hanno imbastito un contenzioso amministrativo senza precedenti. Decine di ricorsi. Al TAR Latina, al Consiglio di Stato, in tutte le sedi disponibili. E il risultato, in ogni singola occasione, è stato lo stesso: rigetto.
Il TAR Latina, con la sentenza n. 257 del 2026, aveva già respinto nel merito il ricorso contro l’autorizzazione regionale. Era una pronuncia chiara, motivata, che analizzava punto per punto le contestazioni sollevate dai ricorrenti — dall’impatto ambientale a quello paesaggistico, dagli aspetti urbanistici a quelli sanitari — e le giudicava infondate. Non abbastanza, evidentemente, per chi ha deciso di portare la battaglia al Consiglio di Stato.
La richiesta di sospensiva monocratica rigettata il 19 maggio non è che l’ultimo capitolo di questa lunga storia. Ma è un capitolo significativo, perché arriva in un momento in cui la pazienza della giustizia amministrativa sembra stia raggiungendo i suoi limiti naturali.
La garanzia: quando il contenzioso seriale incontra la responsabilità
La vera svolta, però, non è nel decreto del 19 maggio. È in quello che accadrà da ora in poi.
Frales s.r.l., la società titolare del progetto, ha ottenuto che dai prossimi ricorsi scatti un obbligo di garanzia a carico di chi vuole continuare a impugnare le autorizzazioni. In concreto: chi presenterà nuovi ricorsi dovrà depositare una somma di denaro, una fideiussione o altra forma di garanzia, a tutela del danno che il contenzioso rischia di provocare alla società e, in ultima analisi, ai cittadini stessi.
È una misura che esiste negli ordinamenti più maturi e che risponde a un principio elementare: chi aziona un processo ha una responsabilità. Non si possono usare i tribunali come strumento di ostruzionismo sistematico, ritardando indefinitamente opere autorizzate e finanziate, senza rispondere delle conseguenze economiche di questo comportamento.
Perché le conseguenze ci sono. Eccome se ci sono. Ogni ricorso, anche quando viene rigettato nel giro di poche settimane, comporta costi. Costi per la società Frales, che deve difendersi in giudizio. Costi per la Regione Lazio e per gli altri enti pubblici coinvolti, che devono costituirsi, produrre documenti, pagare avvocati. Costi per il sistema giudiziario, che destina risorse umane e materiali a pratiche che si concludono sempre nello stesso modo. E costi indiretti per i cittadini, che vedono ritardarsi la realizzazione di un’infrastruttura necessaria per la gestione dei rifiuti del territorio.
La garanzia non impedisce a nessuno di ricorrere in giudizio. Il diritto alla tutela giurisdizionale resta intatto. Ma introduce un elemento di responsabilità che fino a oggi mancava: chi vuole bloccare un’opera autorizzata deve essere disposto a rispondere, economicamente, delle conseguenze del proprio comportamento.
I danni reali di un contenzioso senza fine
Vale la pena soffermarsi su questo punto, perché è quello che più direttamente tocca i cittadini di Aprilia e della provincia di Latina.
Un impianto per il trattamento dei rifiuti inerti non è un capriccio di un privato. È un’infrastruttura che serve alla collettività, che risponde a obblighi normativi europei e nazionali, e che — nel caso di Sant’Apollonia — è stata autorizzata al termine di un iter procedimentale lungo e scrupoloso. Ritardarne la realizzazione non ha solo costi diretti: ha costi sistemici, che ricadono su tutti.
Primo: i rifiuti inerti della provincia di Latina devono comunque essere smaltiti da qualche parte. In assenza di un impianto locale, vengono trasportati lontano, con costi più elevati che si traducono in tariffe più alte per famiglie e imprese. L’autonomia impiantistica del territorio non è uno slogan: è un obiettivo concreto che riduce i costi di smaltimento e l’impatto ambientale dei trasporti.
Secondo: ogni anno di ritardo è un anno di mancata attività per l’impianto, con conseguenze economiche per la società Frales, per i suoi dipendenti, per l’indotto. E sono costi che, nel contenzioso giudiziario, vengono in parte trasferiti alla collettività sotto forma di spese legali e procedimentali a carico degli enti pubblici.
Terzo, e forse più importante: il modello di opposizione sistematica a qualunque infrastruttura — indipendentemente dalla sua utilità, dalla sua legittimità e dal percorso autorizzativo che ha seguito — è un modello che paralizza la pubblica amministrazione. Non perché la PA non possa difendersi in giudizio: può e lo fa. Ma ogni procedimento è tempo, denaro, attenzione sottratti ad altre priorità.
Chi paga davvero il conto
C’è una retorica consolidata nel mondo dei comitati anti-discarica: quella di presentarsi come paladini dei cittadini contro interessi economici privati. Ma in questo caso, come in molti altri simili, vale la pena chiedersi: chi paga davvero il conto?
Pagano i cittadini che vivono in un territorio privo di adeguata autonomia impiantistica per i rifiuti, e che continuano a pagare tariffe più elevate per il loro smaltimento. Pagano gli enti pubblici — Regione Lazio in testa — che devono difendersi in decine di procedimenti giudiziari, distogliendo risorse da altre funzioni. Paga la società Frales, che ha investito anni e milioni di euro in un progetto regolarmente autorizzato e si ritrova inchiodata in un labirinto di ricorsi. E pagano, indirettamente, tutti i contribuenti che finanziano un sistema giudiziario in parte impegnato a smaltire un contenzioso ripetitivo e, fin qui, invariabilmente infondato.
Chi non paga, invece, sono i ricorrenti. Che possono continuare a presentare istanze, impugnazioni, sospensive — sapendo che, nel peggiore dei casi, il ricorso verrà rigettato e basta. Senza responsabilità economica. Senza conseguenze. Con la possibilità di ricominciare da capo il giorno dopo.
È esattamente questo che l’obbligo di garanzia intende correggere. Non si tratta di punire chi ha opinioni diverse sull’opportunità di un impianto. Si tratta di introdurre un principio di responsabilità che, in un sistema giuridico civile, dovrebbe essere scontato: chi usa gli strumenti processuali come arma di ostruzionismo sistematico deve essere disposto a rispondere delle conseguenze economiche di questa scelta.
Cosa succede adesso: l’udienza del 4 giugno
Il decreto presidenziale del 19 maggio ha respinto la richiesta di sospensiva monocratica — quella straordinaria, immediata — e ha disposto la fissazione dell’udienza camerale collegiale secondo le ordinarie procedure del rito amministrativo. L’appuntamento è fissato per il 4 giugno 2026, quando il Consiglio di Stato, nella sua composizione collegiale, esaminerà nel merito la domanda cautelare avanzata dai ricorrenti.
È quello il banco di prova più importante. Se anche il collegio, come tutto lascia supporre alla luce delle pronunce precedenti, dovesse rigettare la domanda cautelare, il progetto dell’impianto di Sant’Apollonia potrebbe finalmente avviarsi verso la fase esecutiva senza ulteriori ostacoli giudiziari di immediata incidenza.
Ma anche in caso contrario — anche se il Consiglio di Stato dovesse, in qualche modo sorprendente, accogliere la domanda cautelare — resterebbe ferma la questione di fondo: l’obbligo di garanzia per i prossimi ricorsi. Una svolta che cambia strutturalmente il costo del contenzioso seriale e che potrebbe, finalmente, scoraggiare la presentazione di ricorsi pretestuosi mossi non da reale tutela dell’interesse collettivo, ma da opposizione ideologica a qualunque tipo di infrastruttura.
La vicenda di Aprilia non è unica. In tutta Italia, decine di impianti necessari — discariche, termovalorizzatori, impianti di compostaggio, depositi per materiali inerti — sono bloccati o rallentati da contenziosi amministrativi che si trascinano per anni, a volte per decenni. Ricorsi su ricorsi, sospensive su sospensive, impugnazioni su impugnazioni. Un sistema in cui il costo dell’ostruzionismo è quasi sempre zero per chi lo pratica, e altissimo per la collettività.
L’introduzione dell’obbligo di garanzia per chi vuole continuare a ricorrere contro l’impianto Frales è un segnale importante. Non una soluzione definitiva — il diritto alla tutela giurisdizionale non può essere eliminato, né sarebbe giusto farlo — ma un correttivo di sistema che riequilibra la partita. Chi ricorre ha il diritto di farlo. Ma ha anche la responsabilità di rispondere delle conseguenze economiche del proprio comportamento, qualora quel ricorso si riveli infondato.
È un principio che meriterebbe di diventare regola generale nel contenzioso amministrativo sulle infrastrutture. Forse allora i comitati anti-tutto ci penserebbero due volte, prima di imbastire l’ennesima battaglia giudiziaria contro un’opera che serve al territorio, è stata regolarmente autorizzata e ha già superato ogni verifica tecnica e giuridica.
Nel frattempo, Aprilia aspetta. E l’impianto di Sant’Apollonia, nonostante tutto, è ancora lì — in attesa di poter finalmente fare quello per cui è stato progettato: trattare i rifiuti del territorio, in modo sicuro, efficiente e a costi sostenibili per tutti.

