Nuovo scisma nella Chiesa: il Vaticano scomunica i lefebvriani. Chi sono, perché si sono separati da Roma e il legame con Viganò

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Il Dicastero ha aggiunto anche che inoltre che i sacerdoti della Fraternità amministrano «illecitamente» i sacramenti e che le confessioni e i matrimoni celebrati da essi sono da ritenersi invalidi

ROMA – Il Vaticano ha dichiarato ufficialmente lo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cosiddetti lefebvriani, dopo le consacrazioni episcopali celebrate il 1° luglio a Écône, in Svizzera, senza il mandato pontificio e nonostante il ripetuto invito di Papa Leone XIV a rinunciare all’iniziativa.

Con un decreto firmato dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, la Santa Sede ha stabilito che i due vescovi consacranti, Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, e i quattro nuovi vescovi – Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier – sono incorsi nella scomunica latae sententiae per aver compiuto «un atto di natura scismatica», ovvero la consacrazione episcopale senza mandato pontificio e contro la volontà del Papa.

Ma la vera novità è contenuta nella nota esplicativa allegata al decreto, pubblicata dal Dicastero e rilanciata da Vatican News. Il documento afferma che, a seguito delle consacrazioni, i ministri sacri appartenenti alla Fraternità San Pio X «sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici», risultando soggetti alla scomunica prevista dal diritto canonico. Inoltre, precisa che sono da ritenersi scomunicati anche quei fedeli laici che aderiscono formalmente alla Fraternità secondo i criteri già fissati dalla Santa Sede nel 1996.

Il Dicastero aggiunge inoltre che i sacerdoti della Fraternità amministrano «illecitamente» i sacramenti e afferma che le confessioni e i matrimoni celebrati da essi sono da ritenersi invalidi, invitando i fedeli ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e alle attività promosse dalla Fraternità San Pio X. Si tratta di una presa di posizione che segna una netta cesura rispetto alle aperture pastorali concesse durante il pontificato di Papa Francesco, quando erano state riconosciute, in casi specifici, la validità delle confessioni e di alcuni matrimoni celebrati dai sacerdoti lefebvriani.

Chi sono i lefebvriani

I lefebvriani prendono il nome dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, che nel 1970 fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X (SSPX).

Lefebvre non era un personaggio marginale nella Chiesa. Missionario in Africa, già superiore dei Padri dello Spirito Santo e padre conciliare durante il Concilio Vaticano II, divenne però uno dei più autorevoli oppositori delle riforme introdotte negli anni Sessanta.

Ridurre il loro dissenso alla sola Messa in latino sarebbe però un errore. La Fraternità contesta infatti alcuni dei pilastri del Concilio Vaticano II: la riforma liturgica, il dialogo ecumenico, il rapporto con le altre religioni, la libertà religiosa e, più in generale, l’apertura della Chiesa al mondo contemporaneo. Da qui la scelta di continuare a celebrare prevalentemente secondo il Messale del 1962 e di sostenere che alcune riforme conciliari rappresentino una rottura con la Tradizione cattolica.

Lo scisma del 1988

La rottura definitiva con Roma arrivò il 30 giugno 1988.

Temendo che la Fraternità rimanesse senza una successione episcopale dopo la sua morte, Lefebvre consacrò quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione di Papa Giovanni Paolo II.

Per il diritto canonico si tratta di uno degli atti più gravi che possano essere compiuti, poiché la nomina dei vescovi spetta esclusivamente al Pontefice.

Nonostante i tentativi di mediazione della Santa Sede, Lefebvre portò a termine le consacrazioni nel seminario di Écône. Giovanni Paolo II rispose con la lettera apostolica Ecclesia Dei, dichiarando che quella «disobbedienza, che implica in pratica il rifiuto del Primato romano, costituisce un atto scismatico». Lefebvre, il vescovo brasiliano Antônio de Castro Mayer e i quattro nuovi vescovi vennero quindi scomunicati.

I tentativi di riconciliazione

Nei decenni successivi la Santa Sede ha più volte cercato di ricucire lo strappo.

Nel 2009 Papa Benedetto XVI revocò la scomunica ai quattro vescovi ancora viventi, nel tentativo di favorire un dialogo. La Fraternità, tuttavia, rimase in una posizione canonica irregolare e non venne mai pienamente reintegrata nella comunione ecclesiale.

Anche Papa Francesco perseguì la strada del dialogo, concedendo ai sacerdoti della Fraternità alcune facoltà pastorali straordinarie, tra cui la possibilità di amministrare validamente il sacramento della confessione e, in particolari circostanze, di assistere ai matrimoni. Le profonde divergenze dottrinali, tuttavia, non sono mai state superate.

Lo stesso Dicastero per la Dottrina della Fede, nella nota pubblicata dopo il decreto di scomunica, sottolinea come «dai tempi di San Paolo VI fino agli ultimi colloqui» tutti i tentativi di riportare la Fraternità alla piena comunione con la Chiesa cattolica «si sono rivelati vani». Il documento richiama così idealmente cinque pontificati – Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV – accomunati dal tentativo, senza successo, di evitare una nuova frattura.

Il legame con Carlo Maria Viganò

Negli ultimi anni la vicenda lefebvriana si è intrecciata con quella dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, una delle figure più discusse del cattolicesimo contemporaneo.

Ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Viganò è diventato uno dei principali riferimenti del fronte ultratradizionalista dopo le sue dure critiche a Papa Francesco, al Concilio Vaticano II e alle riforme della Chiesa.

Nel 2024 la Santa Sede lo ha dichiarato colpevole del delitto canonico di scisma e lo ha scomunicato. La sua vicenda è distinta da quella della Fraternità San Pio X, alla quale non ha mai appartenuto formalmente, ma negli ultimi anni le posizioni si sono progressivamente avvicinate.

Nei giorni precedenti alle consacrazioni di Écône, Viganò ha infatti espresso pubblicamente il proprio sostegno alla Fraternità, invitandola a non rinunciare alle ordinazioni episcopali nonostante gli avvertimenti del Vaticano. Una convergenza che testimonia l’esistenza di un’area del cattolicesimo tradizionalista che, pur articolata in realtà differenti, condivide una forte critica al Concilio Vaticano II e all’attuale governo della Chiesa.

Un gruppo piccolo, ma influente

Dal punto di vista numerico, la Fraternità San Pio X rappresenta una realtà molto limitata rispetto alla Chiesa cattolica.

Secondo i dati diffusi dalla stessa Fraternità, conta circa 735 sacerdoti, oltre 260 seminaristi, è presente in 77 Paesi, dispone di quasi 800 luoghi di culto, 94 scuole e 5 seminari. Le stime parlano di circa 600 mila fedeli che frequentano con regolarità le sue cappelle.

Numeri che appaiono modesti se confrontati con quelli della Chiesa cattolica, che riunisce circa 1,4 miliardi di fedeli, oltre 400 mila sacerdoti e più di 5 mila vescovi nel mondo.

Il peso dei lefebvriani, dunque, non risiede nei numeri, ma nel loro valore simbolico. Da quasi mezzo secolo rappresentano la principale contestazione organizzata dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II dall’interno del mondo cattolico. La decisione di procedere nuovamente a consacrazioni episcopali senza mandato pontificio ha riportato quella frattura al centro del dibattito ecclesiale, trasformandola in uno dei primi e più delicati dossier del pontificato di Leone XIV.