Spiagge e strade abbandonate (come i bagnanti) al proprio destino tra rifiuti ovunque e erba alta che rende la strada pericolosa. Il degrado dei politici modello “Cetto La Qualunque”
TARQUINIA – C’è un momento, nella vita amministrativa di un territorio, in cui la propaganda smette di funzionare e resta solo la realtà: erba alta fino al ciglio della strada, sterpaglie che invadono la carreggiata, un rischio incendi che cresce di ora in ora con il caldo torrido di questa estate.
È quello che sta succedendo a strada Bagni Sant’Agostino, il lembo di costa che segna il confine tra Tarquinia e Civitavecchia, e che oggi si presenta come un corridoio di vegetazione incolta invece che come un’arteria sicura per residenti, bagnanti, ciclisti e automobilisti.
Il fatto politico, prima ancora che quello ambientale, è la firma di un protocollo tra i due Comuni che dopo mesi si rivela per quello che è: un atto vuoto, uno strumento di comunicazione senza alcuna attuazione concreta sul terreno. Un accordo che avrebbe dovuto migliorare il coordinamento e il controllo dell’area di confine, e che invece è servito soltanto a scaricare la responsabilità da un municipio all’altro, lasciando i cittadini senza risposte e la strada senza manutenzione.
Non è un dettaglio da poco. Firmare un protocollo, annunciarlo, intestarselo come un risultato amministrativo e poi non tradurlo in un solo intervento reale è una forma di inganno istituzionale. Ai bagnanti e ai residenti di Sant’Agostino è stato fatto credere che qualcuno, finalmente, si stesse occupando di loro (come in passato fece solo il sindaco Giulivi). La realtà, raccontata dai cittadini attraverso l’associazione Assolidi Tarquinia e dal suo portavoce Pierpaolo Rosati, è che la zona è stata abbandonata al proprio destino, protocollo alla mano.
Protagonisti di quella firma con tanto di fotografi al seguito i sindaci Francesco Sposetti e Marco Piendibene. Il “saettone” e il “messicano” versione gemelli “La Qualunque”.
E il paradosso, se possibile, è ancora più amaro: il trattore comunale destinato allo sfalcio ha percorso più volte proprio quella strada, ma solo come corridoio di passaggio per raggiungere altre zone limitrofe, senza mai fermarsi a tagliare l’erba che invade la carreggiata di Sant’Agostino. Un’immagine plastica dell’indifferenza amministrativa: il mezzo pubblico che attraversa il problema senza vederlo, anzi scavalcandolo fisicamente, giorno dopo giorno.
Nel frattempo la Provincia di Viterbo ha chiarito, giustamente, che la strada non è di sua competenza. Palazzo Gentili ha rispedito al mittente ogni responsabilità, ricordando ciò che il codice della strada già stabilisce con chiarezza: la manutenzione ordinaria e la messa in sicurezza spettano al Comune. Nessuna ambiguità normativa, dunque. Solo inerzia politica.
È qui che il protocollo tra Tarquinia e Civitavecchia mostra il suo vero volto: non uno strumento operativo, ma un alibi reciproco. Un accordo buono per i comunicati stampa e le foto ufficiali, inutile quando si tratta di mandare una squadra a tagliare l’erba prima che il primo mozzicone di sigaretta o la prima scintilla trasformi la vegetazione secca in un incendio. Con migliaia di auto che ogni giorno d’estate percorrono quella strada per raggiungere il mare, il rischio non è teorico: è concreto, quotidiano, e cresce con ogni settimana di caldo che passa senza interventi.
I cittadini non chiedono nulla di straordinario. Chiedono che venga individuato con chiarezza chi deve intervenire e che lo faccia, come già accadeva in passato quando la strada rientrava regolarmente nei piani di sfalcio comunali. Chiedono, in sostanza, l’ordinaria amministrazione. Il fatto che questo debba passare per un appello pubblico, un’associazione che si mobilita e una richiesta formale al presidente della Provincia la dice lunga su quanto la macchina amministrativa locale si sia inceppata.
Civitavecchia e Tarquinia, firmato il protocollo d’intesa per la gestione di Sant’Agostino
Le due amministrazioni comunali hanno il dovere politico e morale di uscire dal silenzio. Non basta aver firmato un protocollo: bisogna renderne conto. Se quell’accordo non produce interventi reali, va detto apertamente che si è trattato di un’operazione di facciata, utile solo a intestarsi un merito mai maturato sul campo. La sicurezza pubblica, la prevenzione degli incendi e la dignità di un litorale frequentato da migliaia di persone ogni giorno non possono restare ostaggio di un rimpallo di competenze e di un accordo rimasto lettera morta. Il tempo delle promesse è scaduto: ora servono fatti, squadre di manutenzione e una parola chiara da chi, a Tarquinia come a Civitavecchia, ha firmato quel protocollo e ora deve rispondere del suo fallimento.

