Civitavecchia – Nascetti (Unitus) dice no alla pescicoltura: “Il nostro mare ha già i suoi frutti da darci, aiutiamolo”

“Anche se i fondali garantiscono maggiore dispersione, le tonnellate di mangime organico finiranno col modificare la vita di quei fondali”

CIVITAVECCHIA – Questa mattina l’esasperazione dei pescatori, non i professionisti e dei tanti cittadini che sono contrari alla realizzazione delle gabbie d’allevamento di orate e spigole hanno dato sfogo alla rabbia insultando il Movimento 5 Stelle e l’inconsapevole assessore Manuel Magliani. Uno scontro che ha fatto intervenire duramente anche il sindaco Ernesto Tedesco: “Davanti allo spropositato attacco alla sua persona, sento il dovere di solidarizzare con l’Assessore Manuel Magliani, vittima di uno show inspiegabile, soprattutto davanti al suo lavoro prezioso di questi mesi, sempre particolarmente attento alla delicata materia di cui si occupa. Chiarisco da subito che l’indegna gazzarra avvenuta oggi in Consiglio comunale è uno spettacolo che non si dovrà più vedere”.

In attesa del  consiglio comunale aperto, convocato appositamente su questo argomento, abbiamo incontrato uno dei ricercatori e profondi conoscitori di quel tratto di costa che risponde al nome di Giuseppe Nascetti.

Il Professor Giuseppe Nascetti professore ordinario di Ecologia dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, da oltre 25 anni, si occupa dello studio della struttura genetica di popolazioni naturali, diversità genetica e impatto dell’uomo sull’ambiente, con particolare riguardo agli ecosistemi acquatici marini. Tutti gli anni si occupa personalmente del “lancio” degli astici allevati in cattività presso il centro di ricerca universitario alle Saline sul territorio di Tarquinia e grande “protettore” della posidonia che da’ vita ai fondali di questo mare.

Il futuro impianto offshore è localizzato nella fascia costiera ricompresa tra Punta S. Agostino e Punta della Mattonara, ad una distanza minima di circa 1,2 km dalla costa, con una batimetria variabile da 35 a 50 metri.

Il nuovo impianto produttivo in mare sarà costituito da gabbie galleggianti in un’area antistante all’attuale stabilimento a terra. Nell’ impianto saranno allevate spigole e orate, ossia specie già allevate con successo negli altri allevamenti in mare (Toscana e Croazia) e in quello a terra (Civitavecchia). Il progetto prevede la realizzazione di 3 moduli di ancoraggi progettati per ospitare ciascuno 12 gabbie galleggianti, per un totale di 36 gabbie del diametro di 30 metri ciascuna. La concessione si estende per circa 150 ha, dei quali solo 2,5 ha occupati dalle gabbie che contengono i pesci.

L’allevamento è costituito da totali 43 vasche in cemento per l’allevamento di spigole e orate: 24 dedicate alla fase di pre-ingrasso e 19 a quella di ingrasso. Le vasche sono alimentate da acqua di mare che, una volta prelevata, viene prima utilizzata dalla Centrale Enel all’interno del proprio ciclo di produzione e poi parzialmente (il 3% circa) destinata all’allevamento ittico gestito dalla Civita Ittica. L’area complessiva su cui insiste l’attuale allevamento è pari a circa 55 ha, di cui circa 20 ha occupati dalle vasche per l’allevamento dei pesci e 7 ha per i bacini di decantazione.

È ampiamente dimostrato come a causa del grande quantitativo di mangime somministrato e delle elevate densità di allevamento, l’acquacoltura intensiva produca alti livelli di rifiuti organici (feci, residui di cibo, metaboliti, ecc). Queste sostanze, ricche di composti organici, sono in grado di portare forti squilibri ambientali …

Professor Nascetti, ha avuto modo di leggere le carte che le abbiamo inviato e può dirci qualcosa su questo impianto?

“L’impatto ambientale è inevitabile, in impianti di itticoltura intensiva, a causa dei mangimi che vengono somministrati ai pesci.

Le correnti sicuramente potranno mitigare gli effetti, molto più degli impianti a terra, ma la mia perplessità maggiore sta sia nella resistenza che nella durata di tutta la struttura.

Nella nostra zona il mare è famoso per libecciate e mareggiate e, alla Frasca, raggiunge addirittura forza otto, non so quanto potrà resistere”.

Non è quindi la soluzione migliore per questo territorio?

“Le ripeto, mi meraviglia che si possano fare in mare aperto, impianti che di solito vengono realizzati in lagune e golfi. Un’ altra domanda che mi sono fatto è perché produzione di spigole e orate, specie con scarso appeal economico e poca redditività?

Lei cosa proporrebbe?

“Avrei puntato a specie innovative e competitive sul mercato, come l’ombrina. Mi chiedo ancora perché, nel 2020, ancora si punti ad impianti di maricoltura offshore invece di “coltivare”i frutti del nostro mare come fanno in tante parti del mondo.

Vogliamo mettere la differenza tra il potere nutritivo e qualitativo di una produzione di animali selvatici rispetto a quelli allevati con mangimi?

Invece di investire grandi somme su strutture che alla prima mareggiata si distruggono bisognerebbe andare a ripopolare ed aiutare il nostro mare a darci i frutti di cui è ricco”.

Può farci qualche esempio?

“In tutto il mondo le prospettive sono zone di tutela biologica, gestite insieme ai pescatori, per andare ad utilizzare le biodiversità marine ed incrementarle a scopi economici.

I giapponesi lo fanno da decine di anni. I norvegesi e gli scozzesi che hanno intrapreso questa strada hanno risultati incredibili. Trenta milioni di sterline l’anno solo per la pesca dell’astice nelle isole Orcadi, vorranno dire qualcosa o no?”

Quindi dobbiamo svegliarci?

“E’ il caso che anche l’Italia con ottomila chilometri di costa intraprenda questa strada. Facciamole produrre al mare le orate e le spigole questa è la domanda che faccio, perché non si lanciano milioni di avannotteri di spigole e orate e le andiamo poi a pescare?

La qualità e la ricchezza di biodiversità dei nostri mari è superiore a quella di molti altri quindi produrremmo di più e con una qualità molto migliore. Qualcuno un giorno mi darà una risposta”.

Sul perché Enel stia facendo questa operazione è ancora un mistero. Gli impegni che aveva preso con la Città di Civitavecchia, quando iniziò a realizzare le vasche di allevamento che poi ha detto in gestione a Civita non sappiamo se siano mai stati rispettati ma lo scopriremo.

Occorre sostenere il progetto del professor Nascetti e scongiurare qualsiasi tipo di iniziativa, costi quel che costi e cioè lotta alla plastica e alle reti fantasma, recupero di specie importanti come l’astice e la mazzancolla, salvataggio e recupero delle praterie sommerse di Posidonia oceanica, ricerca delle specie aliene insediate lungo le nostre coste.

Il progetto Seasave ha preso il via a cura del Centro Ittiogenico Sperimentale Marino (Cismar) del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche dell’Università della Tuscia, sotto la supervisione scientifica dei professori Roberta Cimmaruta e Giuseppe Nascetti, e che si concluderà proprio in questi giorni.

Seasave ha l’ambizioso obiettivo di salvaguardare e recuperare la biodiversità marina lungo le coste dell’Alto Lazio, intraprendendo una serie di azioni integrate nei 5 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) localizzati tra Civitavecchia e Montalto di Castro, grazie ai fondi europei Feamp di cui è amministrazione responsabile la Direzione Generale della pesca marittima e acquacoltura del MiPaaf.

 

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